Il delicato equilibrio economia-ambiente: la green economy

Quante volte si sente parlare, specialmente alla televisione o leggendo i giornali, di effetto serra, buco dell’ozono o altre espressioni che suonano in modo sinistro? In effetti è da un po’ che la questione ambientale tiene banco presso i mass media e l’opinione pubblica, il che sarebbe una buona cosa se l’argomento non fosse affrontato in modo superficiale e non fosse trattato come un pericolo sì imminente, ma paradossalmente percepito come un qualcosa di distante. Alle recenti elezioni politiche del 4 marzo, tutti i partiti avevano dato nei rispettivi programmi una risposta al problema ambientale, ciascuno ovviamente secondo toni differenti. Sfortunatamente, di questi punti si è parlato molto poco, complice una campagna elettorale che si è dimostrata rivolta più a una pars destruens che a una pars construens. Questo «interesse poco interessante» crea una sorta di atteggiamento da scaricabarile  verso le generazioni future, senza considerare invece che siamo noi ad essere i primi coinvolti in tali problemi e nelle loro conseguenze.

Ma chi sono i principali attori responsabili di questa distruzione ambientale? Una grossa fetta di responsabilità coinvolge le multinazionali, intese come «imprese internazionali che hanno attività in più Paesi». Di queste si sente in genere parlare con accezione negativa, in quanto tali aziende spesso perseguono un unico fine, cioè il profitto, rendendosi protagoniste di reiterate violazioni di norme ambientali, oltre che sui diritti umani. Fattori che hanno favorito l’ascesa di questa logica del profitto possono essere rinvenuti nel profondo processo di globalizzazione che ha investito la vita sociale ed economica sul finire del ‘900. Tale mutamento ha unito spazi che sembravano distantissimi, rendendo le risorse economiche internazionalmente mobili, ovvero  ha consentito un’apertura internazionale di tutti i mercati, tale da permettere, ad esempio, a un’azienda cinese di vendere i propri prodotti anche dall’altra parte del mondo.

Con la caduta del mito sovietico e la dissoluzione dell’URSS nel 1991, il progetto di economia statalista pensato già da Lenin dimostrò tutti i suoi limiti. Venne quindi imponendosi il modello economico dei vincitori della guerra fredda, il liberismo americano, governato dal principio del laissez-faire. Cardine di tale teoria economica è il singolo imprenditore, unico artefice delle proprie fortune, mentre uno stato assistenzialista non solo è ritenuto non d’aiuto, ma pure dannoso, poiché rischierebbe di interferire con i cicli del mercato. Come può essere facilmente intuito, globalizzazione e liberismo hanno potuto combinarsi in una forma di «liberismo sfrenato» su scala mondiale, favorito anche dallo sviluppo di nuove tecnologie che hanno permesso di rendere il mondo un vero e proprio villaggio globale.

In questa nuova economia di mercato particolarmente aggressiva, il fine ultimo di tutte le grande imprese resta il denaro, ma non è neanche questa la cosa più grave. Il punto dolens della faccenda risiede nel fatto che, nel perseguire i propri obiettivi, le imprese non si fanno particolari problemi a calpestare diritti di esseri viventi, siano essi umani, animali o, più generalmente, tutto quello che viene chiamato ecosistema. «Il fine giustifica i mezzi», potrebbe dire qualcuno; se non fosse che questi mezzi, oltre a suscitare indubbie contestazioni di carattere etico-morale, vengono sconfessati da ciò che succede giornalmente nel mondo. Si può così capire come il lago d’Aral tra Uzbekistan e Kazakistan, una volta quarto lago del pianeta per estensione, abbia ridotto la sua superficie del 75% in circa quarant’anni, e non per cause naturali. Il lago, infatti, si è visto deviare il corso dei suoi immissari dall’allora regime sovietico, con lo scopo di  aumentare la produzione di cotone nelle piantagioni circostanti. Se da un lato questo ha indubbiamente fatto schizzare il PIL dell’Uzbekistan, dall’altra è innegabile la distruzione di un intero ecosistema, fatto a cui si può tranquillamente affibbiare l’etichetta di disastro naturale.

L’evoluzione del lago d’Aral, dal 1973 a oggi

Quale soluzione proporre, quindi, in questa logica di tipo esclusivamente monetario? L’idea da seguire si articola in due assunti di base. Punto primo: la logica del profitto non può essere sostituita nel breve periodo, essendosi radicata alla base dell’economia moderna. Punto secondo: considerato quanto appena detto, la salvaguardia dell’ambiente deve necessariamente tenere conto del profitto, cercando però di contemperarlo con maggiori considerazioni sull’impatto ambientale che certe scelte potrebbero avere. Nasce così quella che viene comunemente detta con un anglicismo green economy, termine volto a sottolinearne il carattere pulito e rispettoso verso l’ambiente. Come detto, il fine di questa è sì l’aumento del PIL, coadiuvato però al contempo da misure economiche, legislative, tecnologiche e di educazione pubblica che diminuiscano il rischio di un fisiologico meccanismo di retroazione negativo su PIL stesso. Per dirlo più semplicemente: lo sfruttamento intensivo di un’area può comportare potenziali danni  all’ambiente derivati dall’intero ciclo di trasformazione delle materie prime, dalla lavorazione fino  alla loro definitiva eliminazione o smaltimento. Oltre al danno, la beffa: tali problemi ambientali spesso si ripercuotono sul PIL stesso, diminuendolo a causa di una riduzione di resa di attività economiche che traggono vantaggio da una buona qualità dell’ambiente (agricoltura, pesca, turismo, salute pubblica…).

Ma come funziona esattamente questa green economy? La validità di questa teoria economica si basa in gran parte sul concetto di energia verde. L’assunto di fondo è la sostituzione dei combustibili fossili con fonti di energia rinnovabili, le quali garantirebbero un conseguente risparmio energetico, generando utili dal punto di vista economico. Queste fonti energetiche sostitutive vengono individuate nell’energia idroelettrica, solare, eolica, geotermica, solo per citarne alcune, e la gamma di utilizzi ottenibili da queste energie rinnovabili è eccezionalmente elevata. Probabilmente il più famoso esempio di uso di queste sono gli ormai classici pannelli fotovoltaici, sempre più presenti anche nelle abitazioni dei cittadini. Per pannello solare si intende «uno strumento di produzione di energia pulita che permette di convertire direttamente l’energia solare in energia termica». Sfruttando il calore emanato dal sole, essi  sono in grado di fornire circa il 70-80% del fabbisogno energetico necessario per il riscaldamento dell’acqua oppure della casa.

Funzionamento impianto fotovoltaico

Se, come detto sopra, non fa più un certo effetto vedere una vallata di pannelli fotovoltaici, considerata la loro diffusione, un’ulteriore forma di sfruttamento di energia termica è in fase di sviluppo e sperimentazione. Si tratta di ciò che viene chiamato con il termine tecnico di impianto solare termodinamico, più comunemente identificabile in una particolare tipologia di centrale elettrica che sfrutta la radiazione solare per ottenere una produzione di energia elettrica. Essenzialmente, queste centrali presentano due differenze con i comuni pannelli fotovoltaici. In primo luogo, esse permettono di generare temperature medie più alte, permettendone l’uso in applicazioni industriali o come calore per processi produttivi.  La grande novità, però, è un’altra, e ha dell’incredibile: queste centrali garantirebbero la possibilità di produrre elettricità anche in periodi di assenza della fonte energetica primaria (il sole), quindi durante la notte o con cielo coperto da nuvole. Ciò sarebbe possibile grazie all’accumulo di calore in appositi serbatoi, colmando il limite di intermittenza che affligge tale fonte. Si tratterebbe sicuramente di un’incredibile svolta nella produzione di energia, una vera e propria nuova rivoluzione industriale. Il condizionale però è d’obbligo, in quanto, come detto sopra, questa tecnologia è ancora in una fase embrionale di sviluppo.

Come ultima parte dell’analisi sul delicato rapporto tra economia e ambiente, non si può non parlare dei costi che queste fonti di energia rinnovabile verrebbero a presentare. Per quanto affermato precedentemente, oltre ad avere un impatto ambientale ridotto, esse devono fare i conti anche con la realtà di mercato. In altre parole: ottimo il perseguire una riduzione dei combustibili fossili ma, se queste fonti rinnovabili venissero a costare molto di più, sarebbe difficile ottenerne un’ampia diffusione. E, in effetti, essendo delle fonti di energia emergenti, esse non godono di particolare economicità. Per questo, i fautori della green economy credono che, proprio per aumentarne la diffusione, sia di fondamentale importanza un’azione governativa volta a elargire sussidi e incentivi di mercato.

A credere nelle potenzialità di questa economia è stata l’Unione Europea, la quale ha previsto dei fondi per orientare il mercato del vecchio continente in direzione green. La politica europea di coesione, la principale politica di investimento della UE, ha previsto nella programmazione 2014-2020 lo stanziamento di 50 miliardi di euro l’anno. Consistenti le risorse dei cinque Fondi SIE (fondi strutturali e di investimento) per l’Italia. Anche per questo, si stima che dall’inizio della crisi più di un’impresa su quattro abbia scommesso sulla green economy. Sono infatti 335 mila le aziende (circa il 27% del totale) che hanno deciso di investire su un’economia a impatto ambientale ridotto (fonte: rapporto Fondazione Symbola e Unioncamere).

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