Siamo responsabili dei cambiamenti climatici?

Nella campagna elettorale da poco conclusa non si è sentito parlare di un tema assai importante non solo per l’Italia, ma per il mondo intero: il clima. Eppure questa tematica assai complessa racchiude al suo interno moltissime altre problematiche del nostro tempo, prima fra tutte quella dell’immigrazione. Secondo l’UNHCR, ovvero l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, tra i 31 milioni di nuovi sfollati solo 6 milioni sono la conseguenza diretta di guerra, mentre ben 24 milioni sono il frutto del cambiamento climatico che rende inospitali moltissime aree del Medio Oriente e dell’Africa sahariana. Luoghi che secondo le stime nei prossimi anni diverranno inadatti ad ospitare l’essere umano.

Eppure, nonostante queste previsioni allarmanti, da un paio d’anni  Donald Trump sostiene che il riscaldamento globale non esiste, alla faccia delle campagne di informazione fatte da Al Gore!
Cerchiamo di capirne di più. Il problema principale iscritto nel fenomeno complesso dei cambiamenti climatici è prima di tutto il drastico aumento delle temperature. Come ha spiegato il biologo e giornalista Antonio Scalari in un approfondimento di Valigia Blu, «dal 1880 al 2012 la temperatura media annua è aumentata di 0.85 gradi centigradi. (…) Più del 90% dell’aumento della temperatura globale si è verificato negli oceani». Se da un lato gran parte di questo aumento di temperature è stato registrato a partire dagli inizi degli anni Settanta, secondo il Goddard Institute for Space Studies della NASA, nove dei dieci anni più caldi dell’epoca moderna si concentrano in questo primo decennio inoltrato degli anni Duemila.

Secondo il presidente degli Stati Uniti, però, le teorie sul surriscaldamento globale sono delle «fuffe» inventate da qualche ben definita élite liberista; a dimostrarlo, sempre per le parole di Trump, sarebbe la neve caduta lo scorso inverno negli Stati Uniti e una considerevole diminuzione delle temperature percepite nei mesi più freddi. Scalari nei suoi scritti risponde efficacemente, seppur in maniera indiretta, ai tweet provocatori del presidente ricordando che «il fatto che in certe aree del pianeta si possano sperimentare temperature inferiori alle medie non è incompatibile con l’esistenza del riscaldamento globale. Eventuali rallentamenti nell’aumento della temperatura nel breve periodo non smentiscono l’esistenza del riscaldamento globale perché quello che lo dimostra è la tendenza nel lungo periodo in tutto il Pianeta, che evidenzia un costante aumento della temperatura media annuale da più di un secolo».

La cosa su cui infatti bisognerebbe focalizzarsi quando si parla di cambiamenti climatici e di surriscaldamento globale è che le modificazioni ambientali in atto oggi sono ben diverse dai cambiamenti avvenuti in passato. Durante il Quaternario, il periodo in cui stiamo vivendo, iniziato 2.5 milioni di anni fa, si sono succeduti diversi cicli di glaciazione, seguiti da fasi interglaciali come quella attuale. In questo momento storico la temperatura media non è rimasta costante ed anzi l’attuale riscaldamento globale è avvenuto a una velocità molto maggiore che in passato, soprattutto rispetto ai periodi glaciali preistorici. Se, come registrano le perizie ambientali svolte su sedimenti nei laghi e negli oceani,  su campioni di ghiaccio,  sugli anelli di accrescimento degli alberi, sui coralli e i pollini fossili, il periodo di transizione che ha portato alla fine dell’ultima era glaciale si è svolto nell’arco di migliaia di anni, oggi l’aumento di quasi un grado della temperatura è avvenuto in poco più di un secolo.

Nell’anno 2016 le temperature globali sono state 0,99 °C più calde rispetto la media del Ventesimo secolo. Questo fa del 2016 il terzo anno-record di fila per le temperature più elevate.

La gravità del grado repentino di cambiamento sembra mettere sull’attenti da molti anni ricercatori, accademici e uomini di scienza, anche se non tutti sembrano condividere tale preoccupazione. Ad inizio 2017, infatti, 300 scienziati hanno stilato un report a sostegno dello scetticismo di Donal Trump riguardo il cambiamento ambientale in atto. Peccato però che, come spiega Focus, il report fosse una semplice lettera scritta che ha trovato 300 scienziati firmatari che però non sono «veri scienziati». Come i 300 spartani di Leonida che alle Termopili hanno fermato l’avanzata dei persiani, questi 300 uomini di scienza sono stati guidati nell’impresa di andare contro tutti da Richard Lindzen, fisico dell’atmosfera da sempre critico verso le teorie sul surriscaldamento globale. «Chiediamo che il governo americano e altri cambino la loro posizione su accordi antiquati, che riguardano gas a effetto serra di poca importanza, in particolare l’anidride carbonica, la CO2»:  così cominciava l’appello rivolto al presidente americano e a Mike Pence, vicepresidente degli Stati Uniti. A firmarlo, come già detto, non sono stati ricercatori, persone di scienza impegnati in riviste scientifiche o addetti ai lavori aggiornati rispetto agli ultimi studi sul clima. Molti sono professori emeriti, in pensione e spesso senza collegamento con il mondo della ricerca; alcuni nomi, come spiega approfonditamente The Guardian, non sono seguiti da alcuna indicazione di esperienza nello studio del clima; altri ancora, come il visconte Monckton, sono personaggi noti per diffondere falsità sul tema del riscaldamento globale.

Secondo i trecento, il problema principale non è da ricondurre all’anidride carbonica in atmosfera. Peccato che moltissimi studi confermino invece che, proprio per la modificazione del nostro stile di vita dagli anni Settanta, i cambiamenti climatici siano stati accelerati dalla concentrazione atmosferica di alcuni gas, già emessi da fonti naturali, in particolare dell’anidride carbonica (CO2). L’innalzamento dei livelli di quest’ultima è provocato in massima parte dalla combustione del carbone, dei combustibili di origine fossile e dei carburanti derivati, per la produzione di energia, di trasporti e diverse attività industriali.

Come spiega ancora Scalari, il clima della Terra è un sistema complesso il cui funzionamento è dato dal risultato dell’interazione tra diverse componenti: atmosfera, idrosfera, terre emerse (e il loro utilizzo da parte dell’uomo), criosfera (le superfici ricoperte dai ghiacci) e la biosfera terrestre e marina. A questi elementi poi si aggiunge l’influenza di fattori esterni in grado di determinare fluttuazioni periodiche, anche consistenti, del clima. Il Sole stesso va incontro a variazioni cicliche, in media ogni 11 anni, che aumentano o diminuiscono la quantità di radiazione solare emessa. C’è da dire però che, l’attuale situazione critica, come già accennato, è frutto di uno sfruttamento incontrollato del nostro pianeta da parte delle grandi industrie, da multinazionali che devastano le foreste o rendono ancor più inospitale l’ambiente in cui viviamo. Solo nella zona dell’alto-vicentino, per esempio, la fabbrica di materiale impermeabile Miteni -unica in Italia- è stata accusata di aver inquinato, con la sua fuga di perfluoroalchilici (pfas), in maniera considerevole la falda acquifera in tutto il territorio vicentino, compromettendo la salubrità dell’acqua e la salute dei cittadini, con ovvie ricadute sull’ambiente circostante.

Il riscaldamento globale, accelerato dai critici prodotti tossici delle multinazionali,  è un fenomeno dall’alto impatto sociale. Sono infatti sempre più  le persone costrette ad abbandonare i propri paesi perché colpiti da disastri ambientali, siano essi uragani, inondazioni o siccità. Tutto ciò si riflette inevitabilmente sui delicati equilibri geopolitici del mondo, soprattutto in quelle zone già difficili come l’Africa sub-sahariana e il Medio Oriente, con un focolaio particolarmente complesso nella zona della Siria.La stessa guerra civile che dal 2011 colpisce lo Stato di Assad è frutto di grandi migrazioni dovute al cambiamento climatico. Nonostante vi siano ancora molti negazionisti, e Trump sia solo la punta dell’iceberg di questa comunità, secondo Medici Senza Frontiere è innegabile come la crisi nella regione sia stata causata anche da una considerevole migrazione da aree divenute ormai inospitali verso le città più vivibili. Il risultato è stata una congestione in poche zone già ad alta densità di popolazione con annessi problemi sociali, situazione che ha portato la popolazione alle manifestazioni pacifiche per chiedere più diritti al governo di Damasco che, da parte sua, ha risposto placando le rivolte con la forza.

foto via green.it

Il problema maggiore, quando si parla delle conseguenze sociali, è che le strategie di mitigazione (riduzione delle emissioni, ricorso a fonti energetiche alternative) non sono più in grado di prevenire il riscaldamento globale. Massimo Scalia, docente di Fisica Ambientale alla Sapienza ed ex parlamentare, parla di come ormai la situazione climatica globale abbia raggiunto livelli di instabilità tali che l’uomo non è più in grado di controllarli. Tale situazione non tornerà ad essere lievemente più stabile, e quindi -forse- gestibile, prima dei prossimi 30 anni. Il risultato è perciò un limbo dove tutte le strategie che porteremo avanti, oramai, non saranno più efficaci. Ciò non toglie, tuttavia, che un repentino cambio di rotta non sia oltremodo necessario per salvaguardare le generazioni future e cercare di limitare i considerevoli danni apportati dall’era industriale e della globalizzazione al nostro Pianeta.

È senza dubbio facile scendere cinicamente a patti con la realtà del resto del mondo quando il nostro microcosmo rimane pressoché immutato. Come scrive Laurie Penny su Internazionale, però, rassegnarsi ai cambiamenti climatici è peggio che negarli. Dovremmo quindi imparare nel nostro piccolo a «fare di più con meno», improntando la nostra economia sulla circolarità, come spiegava Kenneth Boulding già negli anni Settanta, rallentando quantomeno la pressione sulle risorse e sulle energie che servono per produrle.

 

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