“Fai girare!!!1!!1!!”: un viaggio nell’analfabetismo funzionale

Con la diffusione ad un pubblico sempre più vasto, e spesso meno abile, delle nuove tecnologie, i social network non sono più quelli di un tempo. Da anni, ormai, il giocattolo di Zuckerberg sembra infatti essere il luogo di ritrovo di qualunquisti e gentisti da tutto il mondo che, a suon di fake news e teorie complottiste di vario genere, rilanciano ogni giorno quelle che sono le idee che essi stessi partoriscono a partire dalla lettura di qualche sito alla stregua di quellochenontidicono.blogspot.com e che, per la mancanza di conoscenze di base, non riescono a filtrare le notizie, manifestando la loro natura di analfabeti funzionali.
In Italia questa categoria è composta per la maggior parte da ultracinquantenni che condividono sulla loro bacheca immagini che spaziano da false citazioni di Laura Boldrini a auguri di buon onomastico e buona giornata, create con Paint da qualcuno che sicuramente non ha mai aperto un libro di storia dell’arte. Tutti abbiamo un conoscente più o meno lontano che ogni tanto ci lascia in bacheca una tazza del famigerato «kaffèèè!!!1!» per augurarci il «buongiornissimo» aspettando un nostro commento per poi chiederci come stanno mamma, papà, nonna e zii, come se una sobria telefonata fosse qualcosa di troppo dispendioso.
Al di là dell’ironia che queste situazioni si portano dietro vi è, però, un fenomeno assai preoccupante che colpisce anche giovanissimi che passano le giornate a casa senza studiare o lavorare o, più in generale, persone che provengono da famiglie dove vengono letti meno di 25 libri all’anno (quando vengono letti), indizio, secondo gli esperti, di analfabetismo funzionale.

Gli analfabeti funzionali non sono persone incapaci di contare, leggere o scrivere, ma soggetti privi «delle competenze richieste in varie situazioni della vita quotidiana», sia essa «lavorativa, relativa al tempo libero», oppure «legata ai linguaggi delle nuove tecnologie», come precisa Simona Mineo, ricercatrice all’Inapp, l’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche. In Italia, secondo le indagini del Piaac ‒ programma internazionale che monitora le competenze degli adulti ‒, è «low skilled» un italiano su quattro e questo porta il nostro paese a ricoprire una tra le peggiori posizioni dell’indagine: penultimi in Europa e quartultimi su scala mondiale, con performance migliori solo di Indonesia e Cile.
A fronte delle competenze richieste nella vita quotidiana, chi è analfabeta funzionale, pur essendo in grado di capire testi molto semplici, non riesce ad elaborarne i contenuti e a riutilizzare poi in maniera corretta le informazioni acquisite. Se ciò sembra non preoccuparci in prima persona, però, dovrebbe fare da monito a tutti i cittadini perché, come sostiene in una intervista pubblicata su L’Espresso Friedrich Huebler, massimo esperto di alfabetizzazione per l’Istituto di statistica dell’Unesco, «senza pratica, le capacità legate all’alfabetizzazione possono essere perse anno dopo anno».
Analfabeti non si nasce ma lo si diventa e, prendendo in considerazione i dati Istat 2016 secondo i quali sono circa 33 milioni le persone (57.6% della popolazione) che dichiarano di non aver letto nemmeno un libro nell’ultimo anno, lo scenario futuro che ci si apre davanti è a dir poco preoccupante.

Dopotutto già Umberto Eco, in occasione della proclamazione della laurea honoris causa in Comunicazione e Cultura dei media a Torino nel 2015, aveva sostenuto che i «social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».
La lectio magistralis del famoso scrittore era incentrata, neanche a farlo apposta, su un fenomeno che sempre più spesso è legato al mondo dell’analfabetismo funzionale: la sindrome del complotto, tema che Eco stesso ha trattato in uno dei suoi ultimi libri, Numero Zero.
Gli analfabeti funzionali, quelli che Mentana durante le sue spavalde «blastate» chiama «webeti», sono infatti i principali visitatori di siti complottisti e di fake news, fatto che, collegato alla mancante capacità di critica, è assai pericoloso nel mondo di internet: basti il fatto che facendo un salto nei vari profili si possono incontrare migliaia e migliaia di terrapiattisti, rettiliani, o persone legate ad altre teorie come quella dell’11 settembre o del Nuovo Ordine Mondiale a guida Rothschild, Rockfeller e JP Morgan. Queste persone, molto spesso, sono le stesse che nei loro profili privati, tra foto di cagnolini e gatti, condividono le famose false notizie su Laura Boldirini, sulla sorella (fantasma) di Maria Elena Boschi, e ‒ ultimo fatto in ordine cronologico ‒ sulla presenza delle istituzioni al funerale di Totò Riina, corredate da commenti personali penalmente perseguibili.

L’universo delle fake news è molto vario ed essendo collegato inevitabilmente all’analfabetismo funzionale necessita di un paio di spiegazioni.
Ricostruendo la storia della disinformazione, lo storico Robert Darnton è tornato indietro nel tempo fino al VI secolo d.C. con l’avvento delle «pasquinate», ovvero dei testi ‒ spesso diffamatori ‒ che durante la notte comparivano sulle statue della Roma antica. In epoca più moderna si possono ricordare i «canard» distribuiti a Parigi, contenenti notizie il più delle volte ingannevoli, fino ad arrivare a quello che, secondo Darnton, è da considerarsi come l’apogeo della disinformazione, la pubblicazione di notizie false da parte dei giornali londinesi nel Settecento.

Nell’era del «giornalismo a rete», come lo definisce il giornalista e docente della London School of Economy Charlie Beckett, chiunque può trovarsi di fronte a migliaia di fonti di informazione e, cosa di non poca importanza, può addirittura creare dei contenuti nuovi a bassissimi costi e con una potenzialità di diffusione molto elevata. Queste caratteristiche, ricollegate alla mancanza di senso critico e capacità di rielaborazione degli analfabeti funzionali, stanno alla base della cattiva informazione, spesso denigratoria, che si trova on line.
Se pensiamo ai primi anni dell’era di Facebook sicuramente ricorderemo le bufale che a cadenza regolare capitavano sulla nostra bacheca con titoli simili a «+++ NOTIZIA SHOCK +++ clicca qui per saperne di più» e probabilmente a qualcuno farà piacere sapere che, secondo il Washington Post, i nostri click e le nostre condivisioni hanno generato profitti nell’ordine dei 10000 dollari al mese ai loro ideatori.
Il fenomeno delle fake news, infatti, si basa su due principi: il clickbaiting (in italiano “acchiappa-click”) e il potere della condivisione online per poter raggiungere centinaia di migliaia di persone.
Come abbiamo visto infatti le bufale molto spesso hanno la caratteristica di avere un titolo visivamente accattivante che, anche grazie a caratteri speciali e frasi lasciate a metà, induce l’utente a seguirne il link. Molto spesso dietro a questi si celano siti di bufale anche ben strutturati che, con l’uso di nomi molto simili a testate giornalistiche reali, riescono a far breccia nei visitatori che, a loro volta, inviteranno i loro amici a «pensarla in maniera diversa rispetto ai media di regime»; fino a quando qualche conoscente dotato di raziocinio non farà notare loro la falsità di ciò che loro credevano realtà, cosa che, per esperienza personale, il più delle volte non sortisce l’effetto desiderato.
Da notare come la tecnica del clickbaiting non sia un metodo esclusivo di siti di bufale, ma venga oggi utilizzata anche da siti autorevoli come RaiNews, Repubblica, Ansa e anche dal famoso blog di Beppe Grillo, che forse fu uno dei primi a studiare in maniera minuziosa la struttura dei titoli online per indurre più persone possibili a visitare il suo sito, fosse anche solo per la curiosità di comprendere come finiva quella frase lasciata a metà tra punti esclamativi e asterischi.

Legato a quello che oggi è il fenomeno fake news, ciò che senza dubbio colpisce è l’effetto bolla che i social network producono nella loro community, arrivando ad influenzare l’opinione altrui con finalità spesso politiche. È questo il caso di tutte quelle bufale personalizzate che compaiono sui social senza riscontri, ma che, parlando alla pancia della gente e cavalcando l’onda del malcontento, riescono a rimbalzare in centinaia di migliaia di bacheche. Questo accade principalmente perché internet immagina le notizie in maniera omogenea, non riuscendo, il più delle volte, a distinguere tra New York Times e quellochenontidicono.blogspot.it, come sostiene la webzine The Verge.

Il problema della popolarità che viene regalata a molte bufale da persone che non sono in grado di coglierne i tratti grotteschi si è nell’ultimo periodo così accentuato da divenire un importante tema di dibattito anche all’interno del mondo politico. Lo stesso segretario PD Matteo Renzi, nel suo intervento a Leopolda 8 dello scorso novembre, ha scelto di focalizzarsi per non poco tempo sulle bufale online collegate al mondo della politica, in particolare quelle sopraccitate riguardanti figure istituzionali come Maria Elena Boschi e Laura Boldrini. Quest’ultima, stancatasi di ricevere offese pesanti sui suoi profili ufficiali, ha da tempo deciso di ricorrere alle vie legali ma, visto che  spesso gli analfabeti funzionali non riescono proprio a comprendere il confine tra opinione personale e ingiuria pesante, il risultato che si è creato sotto il suo post di denuncia pubblica non è stato dei migliori: una valanga di nuovi insulti che si concludevano con prese di posizione spavalde come «E ora brutta tr* denunciami!».
Non un gran risultato, purtroppo.

analfabetismo funzionale e offese alle istituzioni

Ampliando la nostra riflessione non possiamo non focalizzarci sulla risonanza che le fake news hanno non solo sui «webeti», ma sulle testate giornalistiche tradizionali dotate di una certa autorità e autorevolezza intrinseca e che, cercando di dare la notizia nel modo più flash, sempre più spesso cadono nel tranello delle bufale assieme a politici e commentatori. Tempo fa, come ben raccontato da Leonardo Bianchi ‒ collaboratore di Vice da poco nelle librerie con il libro La Gente ‒, è giunta una grave notizia nella provincia di Padova: una bambina musulmana di nove anni è stata violentata dal marito di 35. La notizia rimbalza così velocemente sui social che Il Messaggero decide di riproporre la vicenda, mentre Il Tempo titola «Le molestie di Allah». A questo punto la notizia sembra più che confermata, ne parlano in molti compresi i noti nomi del giornalismo e viene inglobata anche nella polemica politica di Matteo Salvini che, utilizzando tatticamente il maiuscolo (tecnica accennata precedentemente parlando di clickbaiting), denuncia la mostruosità di ciò che è accaduto. La notizia fa breccia anche negli studi della trasmissione radiofonica La Zanzara che, cavalcando l’onda, trasmette una puntata dedicata.
Per Bianchi il caso monta «incontrollato e incontrollabile» scomodando le sempreverdi profezie di Oriana Fallaci, l’opinione pubblica si indigna e il circolo si autoalimenta. Il problema è che la notizia che sta alla base di tutta questa indignazione collettiva e anti-islam è falsa: la procura smentisce la notizia e i carabinieri sostengono di non essersi mai occupati di un caso simile.
Lasciando per un attimo da parte le opinioni personali di Mattia Feltri (La Stampa) secondo cui «la notizia sarà falsa, ma il concetto è vero» si può facilmente notare come questo sia l’ennesimo caso di perfetto funzionamento del meccanismo malato alla radice della creazione di fake news. Da anni le bufale come questa creano danni enormi e, grazie alla pericolosa capacità di riprodursi velocemente, alimentano in maniera sistematica un «distorto senso comune impermeabile alle smentite», come conclude Leonardo Bianchi.

Sulla base del pericolosissimo sistema «è sbagliato l’esempio, ma il concetto è vero», da anni anche la Storia subisce il dramma delle bufale e dei fatti rivisitati ad arte per creare indignazione e un nuovo senso comune ed alimentare il revisionismo.  Vi riporto alcuni esempi. Notoriamente, per la Giornata del Ricordo, come spiegato dal collettivo di storici Nicoletta Bourbaki su Wu Ming Foundation, compaiono foto di partigiani jugoslavi fatti prigionieri e uccisi dalle milizie fasciste italiane che, però, acquistano tutt’altro significato in quanto ad esse vengono accostate le frasi propagandistiche e revisionistiche di Forza Nuova, Casapound e altri soggetti della Galassia Nera, frasi che sostengono che i fucili puntati sono rivolti verso italiani inermi. Il più delle volte basterebbe una leggera capacità di osservazione per comprendere che le divise in dotazione degli aguzzini sono quelle dell’esercito italiano. Ecco quindi che l’incapacità di comprendere e analizzare una notizia, propria degli analfabeti funzionali, va a colpire anche la storia e i suoi morti delegittimando lo stesso processo di ricordo.
Altro esempio di bufala storica è rappresentato dal caso di Giuseppina Ghersi, montato ad arte dalla destra per gettare ombre sulla Resistenza. Come denunciato dallo storico e scrittore Carlo Greppi, a seguito degli studi compiuti nuovamente dal collettivo storico N. Bourbaki, sul processo Ghersi la documentazione è assai nebbiosa e priva di riscontri giudiziari; le fotografie spesso affiancate alla vicenda, inoltre, non ritraggono nemmeno la giovane Ghersi ma una delazionista milanese arrestata in un tempo nemmeno corrispondente. Come per le immagini delle fucilazioni e delle impiccagioni italiane però la storia è montata ad arte e gli analfabeti funzionali facilmente ci cascano, ancor più se poi basta poco per aprire qualche pagina a sostegno delle tesi che partoriscono a seguito di una mancata conoscenza e distorta analisi.

A sinistra l’utilizzo errato della fotografia ritraente la fucilazione di partigiani jugoslavi da parte dell’esercito italiano (Dane, 31 luglio 1942); a destra manifesto FN Italia, quella non è Giuseppina Ghersi! (foto tratte dal blog WuMingFoundation, collage dell’autore)

Tornando strettamente al caso dell’analfabetismo funzionale e a quella che può essere definita la «cultura degli idioti», ricordiamo il proposito di Mike Hughes, un autista americano di 61 anni e convinto terrapiattista, di lanciarsi nello spazio a fine novembre con un razzo costruito nel suo garage per dimostrare a tutti che la terra è davvero piattaAi microfoni di AP Hughes ha detto «Non credo nella scienza (sic!). Conosco l’aerodinamica e la fisica dei fluidi, e come si muovono i corpi in aria. Ma questa non è scienza, è solo una formula. Non c’è differenza tra scienza e fantascienza.»

Mike Hughes e il suo razzo home-made, dalla sua pagina Facebook

Mettendo assieme questo fatto con l’esplosione della lotta dura al mondo della medicina tradizionale portata avanti dal movimento no-vax, in qualche modo contrastato dal medico e ricercatore Roberto Burioni, sembra che a questo punto l’analfabetismo funzionale abbia raggiunto una fase successiva rispetto alla semplice contro-informazione.
Sentendosi legittimati da blog e siti molto visitati ‒ ricordiamoci che il blog di Beppe Grillo (500-600mila visite al giorno, con conseguente guadagno) ha un importante ruolo per la diffusione della cultura contro le scie chimiche ‒, quelli che, secondo Eco, una volta sarebbero stati zittiti da chi ne sapeva di più oggi invece pensano di essere più informati di scienziati, chimici, medici ed economisti.
Non resta che sperare in un cambio di rotta che inviti queste persone non solo a cominciare a scrivere in maniera esatta sui social con un corretto utilizzo delle maiuscole, ma anche e soprattutto che faccia rinascere il rispetto verso gli specialisti e gli studiosi dei fenomeni, con un rilancio indispensabile della cultura tradizionale fatta di libri e non di siti sulla libera informazione, sul piano Kalergi o sui complotti della Kyenge o di qualche altro politico.
Occorre, concludendo, che la politica si faccia promotrice di una «cultura del vero» e del reale e che rilanci l’importanza del ruolo dell’istruzione, che molto spesso viene abbandonata per andare a studiare a quella che gli analfabeti funzionali chiamano «Università della vita» o della strada.

One thought on ““Fai girare!!!1!!1!!”: un viaggio nell’analfabetismo funzionale

  1. Molto interessante l’articolo scritto, perché sottolinea la pericolosità delle notizie su internet se non adeguatamente filtrate e messe in discussione . Le fonti andrebbero sempre verificate e dimostrate scientificamente , ma questo costa maggior impegno a fronte di un sensazionalismo che soddisfa più della verità .

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