Ricercatori? Italia: «Ma chi vi vuole!»

Per risanare l’economia di un Paese, il miglior investimento è quello sull’istruzione. E non lo dico io e nemmeno il demagogo di turno dal pulpito di una campagna elettorale. Lo cantano quasi in coro tutti i premi Nobel per l’economia dell’ultimo decennio – Eric Maskin e Richard Thaler, per far due nomi – che, diciamocelo, di investimenti qualcosa ci capiscono. Peccato che le note di questa melodia salvifica non siano giunte alle orecchie dei nostri politici. Amplifon per tutti?

Sì, sarebbe opportuno, perché stando a guardare le tabelle dell’Eurostat, dell’Ocse, del Miur o sfogliando recenti libri zeppi di dati sconfortanti, come L’università in declino a cura di Gianfranco Viesti (Roma, Donzelli, 2016), emerge una situazione che non è affatto eccessivo definire grave. Crolla il numero degli iscritti alle università, crolla il numero dei docenti, crollano soprattutto le risorse che lo Stato destina all’istruzione con tagli maggiori a qualsiasi altro ambito dell’intervento pubblico. Una dinamica che non ha riscontri negli altri Paesi avanzati ed emergenti: che, a partire dalla Germania, negli ultimi anni hanno aumentato in misura rilevante il proprio investimento nell’università.

Tagli, quelli voluti dal governo italiano, che hanno messo in ginocchio il più alto e prezioso grado di istruzione universitaria ottenibile: il dottorato di ricerca. L’ultima impietosa fotografia sul mondo dei giovani ricercatori arriva dalla sesta indagine dell’Adi, l’Associazione dei dottorati e dei dottorandi italiani. Il dato più sconcertante è il brusco calo dei posti di dottorato in Italia: se nel 2006 erano 15.733, dieci anni dopo nel 2016 sono diventati 8.737, ergo ben il 44,5% in meno. Un crollo dovuto, manco a dirlo, alla riduzione continua delle risorse. E pensare che l’Ocse (Education at a glance 2013) era stata chiara: «I dottorati di ricerca giocano un ruolo cruciale nel guidare l’innovazione e la crescita economica […]. Le aziende sono attratte dai Paesi che fanno di questo livello di formazione e ricerca una opportunità facilmente raggiungibile».

Le problematiche messe in luce dall’indagine Adi non riguardano purtroppo solo la riduzione dei posti disponibili. Non mi riferisco alle borse esigue (tra le più basse d’Europa!), dato che per come stanno andando le cose mille euro al mese facendo quello che piace non sono malaccio, quanto piuttosto ad una piaga ancor più riprovevole: gli scarsi sbocchi lavorativi. Qui occorre fare una differenziazione e tagliare fuori dal nostro ragionamento i dottorandi in materie scientifiche che, stando ai dati, non incontrano grosse difficoltà nel trovare un’occupazione una volta indossata la terza corona d’alloro. Tutto il contrario dei bistrattati umanisti. Giova esemplificare: mentre chi si specializza in Endocrinologia o in Ingegneria industriale può trovare lavoro sia all’interno dell’università sia e, soprattutto, all’esterno di queste, chi si specializza in Epigrafia ha pochissime chances di trovare un lavoro coerente col suo indirizzo di studi al di fuori dell’università. In altre parole, le competenze e le conoscenze acquisite sono spendibili prevalentemente nella ricerca e nell’insegnamento universitario, e l’una e l’altro sono carriere che in pochissimi potranno intraprendere. La specializzazione in campo umanistico va dunque distinta meglio di quanto si faccia di solito dalla specializzazione in altri campi dello scibile: è una cosa diversa, pone problemi diversi.

Di questi problemi ne ho parlato con Francesco ed Andrea, uno dottorando in Scienze linguistiche filologiche e letterarie, l’altro in Filologia e critica, in due atenei diversi. Entrambi mi hanno confermato di nutrire qualche timore riguardo al proprio futuro lavorativo. Con Andrea, ad esempio, ho parlato di scuola, perché allo stato attuale un dottorando che vuole insegnare nelle secondarie deve tornare indietro, acquisire 24 cfu in materie antropo-psico-pedagogiche (in alcuni atenei addirittura a pagamento!), superare un altro concorso senza agevolazione alcuna e affrontare tre anni di formazione coniugando – col dono dell’ubiquità che i ministri gli riconoscono – la frequenza del dottorato con la frequenza dei corsi di abilitazione all’insegnamento. Certo, essere in possesso di un titolo di dottorato non può implicare il diretto approdo in cattedra, ma il meccanismo ideato dalla nuova riforma scolastica ha una considerazione di dottorati e dottorandi che si avvicina allo zero assoluto.

Stando così le cose, un dottorato in discipline umanistiche rischia di essere un cattivo investimento sia per i giovani ricercatori (che, salvo eccezioni, non fanno un dottorato per passare il tempo o per migliorare disinteressatamente la loro cultura ma perché vogliono che questa – studiare, insegnare – diventi la loro professione), sia per lo Stato (che finanzia carriere che portano a risultati difficilmente spendibili: e la spendibilità di una carriera può non essere una preoccupazione per un singolo individuo, che può fare della sua vita ciò che vuole, ma deve esserlo per lo Stato che governa il sistema dell’istruzione). Ma, attenzione, è giusto ragionare in termini esclusivamente economici nell’ambito delle humaniores disciplinae? Senza che glielo chiedessi, Francesco mi ha detto di no: «Il sistema di valutazione per cui lo Stato si attende dai dottorati che finanzia un ritorno economico è un sistema sbagliato perché applica al mondo umanistico dei criteri che per esso non vanno bene. Il settore umanistico è un ambito di ricerca fondamentale che ha delle ricadute positive su moltissimi altri aspetti della collettività». E vi spiego cosa intende dirci: occorre ragionare al di fuori della gabbia concettuale imposta dall’egemonia del totalitarismo neoliberale, in cui il mercato è onnipresente e onnipervasivo, metro e misura di ogni cosa. Smettiamola di parlare di “industria culturale” o “l’università-azienda”. Rammentiamo invece, una volta tanto, che il mercato non è l’unica realtà di questo mondo, che non esistono solo produttori e consumatori, ma anche individui che all’interno della società diventano cittadini. La cultura umanistica è un elemento imprescindibile per formare cittadini coscienziosi, profondi, rispettosi del prossimo. Sono le scienze e le lettere umane a fornire sia quel senso d’identità condivisa che cementa una società, sia quel bagaglio di conoscenze che consente ai cittadini di selezionare i decisori e ai decisori di prendere decisioni giuste. Pertanto, formare giovani ricercatori che tengano vive queste discipline è la scelta più coerente che possa fare un Paese in declino come il nostro.

Con Andrea e Francesco ho parlato anche di altre presunte magagne del mondo dei dottorandi italiani. Impossibile non chiedere loro se abbiano avuto a che fare col baronaggio, dato che giornali e tv, quando parlano delle difficoltà dei ricercatori universitari lo fanno quasi sempre tacciando gli atenei di nepotismo e di localismo. Entrambi mi hanno confermato che vige la regola secondo cui, se uno studente instaura un buon rapporto con un professore durante la laurea specialistica ha più possibilità di vincere, grazie all’intercedere del docente, una borsa di dottorato, poi magari un concorso da ricercatore e, chissà, forse dopo anche un concorso da associato. Ma Francesco vuol farci aprire gli occhi anche su questo: «Non reputo giusto che in Italia il sistema di reclutamento dei ricercatori si debba basare su delle regole del tutto impersonali che tolgono al docente la possibilità di scegliere il proprio team di ricerca, come se l’eccellenza fosse qualcosa che si può riconoscere con algoritmi». È poco utile piangersi addosso e raccontare al pubblico che l’università è un fortino inespugnabile militarmente occupato dai baroni e dalle loro legioni di portaborse, facendo sì che stampa e politici credano che sia questo, e non la mancanza di risorse, il più grande problema dei ricercatori. Esiste una quota di accademici che fanno le cose per bene, che scelgono responsabilmente e non per simpatia. Non si sa quanti siano questi professori ma si sa che esistono e che hanno il diritto di assumersi la responsabilità di una scelta. Ed è questo, probabilmente, quello che è toccato ad Andrea: «Ho vinto una borsa di dottorato in un ateneo che non mi conosceva e che non aveva alcun legame con l’università in cui ho conseguito la laurea magistrale. Finora poi, la mia tutor mi ha lasciato assoluta e totale libertà di movimento».

Quanto alla qualità delle attività formative, spesso si sente dire che i corsi e i seminari che i dottorandi sono costretti a seguire raramente sono attinenti al tema del dottorato (lo conferma anche la sesta indagine dell’Adi a cui vi accennavo prima). Andrea e Francesco mi hanno raccontato che anche loro hanno talvolta avuto l’impressione di seguire corsi lontani dal proprio percorso, ma entrambi sostengono di aver trovato comunque i contenuti interessanti, oltre che utili ad ampliare i propri orizzonti. Io credo che anche qui il problema sia sempre quello della limitatezza delle risorse: con più fondi, un ateneo potrebbe riuscire, ad esempio, a mettere in piedi lezioni ad hoc per i dottorandi; potrebbe – come succede nella scuola di dottorato di Andrea – garantire ai propri ricercatori la possibilità di spostarsi per un periodo all’estero, oppure offrire corsi di preparazione per partecipare a bandi per l’accesso a fondi di ricerca.

Mi ha colpito che Andrea e Francesco mi abbiano salutato dicendomi la stessa cosa: «Fare un dottorato in discipline umanistiche oggi è una scelta coraggiosa. Scelta che però può rivelarsi insensata se priva di una forte motivazione alle spalle». Il che equivale a dire: se avete intenzione di fare un dottorato per ripiego, vi state cacciando in un brutto guaio, perché questa è una strada talmente difficile che solo coloro che nella vita desiderano realmente fare ricerca riusciranno a portare a termine. Fare ricerca, anche se mille euro sono pochi e non si sa che cosa ne sarà del futuro, anche se i politici parlano solo di baronaggio e per andare avanti pretendono una pubblicazione al mese e il tutor un giorno ti ama e il giorno dopo non si ricorda chi sei. Fare ricerca, senza demordere, mai.

Mi chiedo, attonita, come si possa pensare che investire in giovani come loro possa essere svantaggioso, come si possa continuare ad assistere indifferenti allo stillicidio del capitale più prezioso di ogni Paese: quello umano. Ci strappiamo i capelli quando una multinazionale sposta la sede in un altra nazione, ma non apriamo bocca per impedire la fuga di cervelli e talenti. I migliori economisti l’hanno capito che la strategia politica più potente è quella che punta sull’istruzione e la ricerca. L’obiettivo stabilito dai Paesi europei è quello di raggiungere il 40% di giovani laureati in ciascuno Stato entro il 2020. Noi, alle soglie del 2018, siamo fermi al 26.2%. Che cosa diremo loro? Mah, forse, che nel momento in cui ne parlavano, eravamo alla toilette.

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