Materie umanistiche: intervista a Stefano Feltri e Tomaso Montanari

Da anni si discute sulla presunta utilità o inutilità delle materie umanistiche; abbiamo deciso di approfondire la questione intervistando Stefano Feltri, vicedirettore de Il Fatto Quotidiano, e Tomaso Montanari, professore ordinario di storia dell’arte moderna all’Università Federico II di Napoli.

Crede che le lauree possano essere divise tra «utili» e «inutili»?

F: Dipende dalla prospettiva individuale e dal significato che diamo al concetto di «utilità». Io non ne faccio una questione di utilità a livello assoluto. Va benissimo avere persone che studiano greco, filosofia o scienze della comunicazione, ma non si può prescindere dall’aspettativa individuale. A livello umano qualsiasi studio è utile perché migliora la qualità del capitale umano, però bisogna anche tener conto di quello che si aspetta il singolo individuo dagli studi. Se si considera l’università come ascensore sociale, cioè come strumento per migliorare la propria condizione, non si può non considerare anche il mercato del lavoro. È diverso invece il caso in cui un giovane che non ha problemi economici frequenta l’università con l’obiettivo di migliorare se stesso come essere umano. Se si considera utile una laurea che riesce a migliorare la condizione individuale, non posso non affermare che ne esistono alcune utili, altre inutili ed altre ancora dannose.

M: Le lauree di per sé no. Sono utili quelle ottenute con un serio lavoro di studio: l’utilità sta solo nella sostanza, non sta certo nelle etichette o in una gerarchia tra discipline. L’utilità è legata alla serietà degli studi. Detto questo, è vero che negli ultimi anni si sono moltiplicati i corsi di laurea, li potremmo definire degli «specchietti per le allodole». Non sono assolutamente utili e sono stati colpevolmente introdotti in quelle università che vanno alla ricerca di iscrizioni. Non voglio fare esempi precisi, ma tutti abbiamo in mente certi corsi di laurea dai titoli fantasiosi che probabilmente servono soltanto a fare pubblicità. Ecco, credo che questi siano inutili, ma sono una piccolissima parte. Poi bisogna considerare inutili tutti quei percorsi di studio in cui non si è lavorato seriamente.

In Italia esistono 2.289 corsi di laurea triennale e 2.181 corsi magistrali. Si dovrebbe promuovere una minore diversificazione dei saperi e delle competenze?

F: Una grande parte di questi corsi sono tarati sulle esigenze dei professori più che su quelle degli studenti, cioè servono a distribuire cattedre, incarichi. Con la riforma del «tre più due» è avvenuta una cosa che non è ancora stata superata: ci sono lauree magistrali che sono semplicemente la copia del programma triennale. Quindi sì, penso che sarebbe utile, come dire…Non tanto censurare alcune branche del sapere, ma dare a tutti una formazione più omogenea nel triennio. Ci sono alcune materie che tendono ad essere di sbarramento ed è giusto che ci siano anche nella laurea triennale. Penso ad esempio che in tante facoltà – scienze politiche o giurisprudenza – servirebbe qualcosa di più tecnico, in modo tale da non rimandare tutto questo a una fase successiva con il rischio di creare molte persone prive di abilità specifiche. Sarà difficile fare un po’ di ordine fino a quando saranno gli stessi professori ad avere interesse nei confronti di questa moltiplicazione dei corsi.

M: Assolutamente sì, ma senza esagerare. Bisogna però distinguere la necessità della varietà delle materie, messa spesso a rischio dal blocco del turnover. Ci sono università in cui non si riesce più ad avere qualcuno che sappia leggere l’ebraico, il sanscrito o cose di questo tipo, spesso perché sono materie ritenute stupidamente di nicchia. Altra cosa sono invece i corsi di laurea che sono probabilmente troppi e troppo strumentalmente sfrangiati. Anche qui il marketing ha preso il sopravvento sulla realtà culturale.

Sappiamo che in Italia gli investimenti pubblici nella ricerca scientifica sono miseri rispetto ad altri paesi. Tra i corridoi delle università oltre a filologi e storici preoccupati troviamo anche fisici e biologi scoraggiati. Alla luce di ciò sembrerebbe quasi impossibile consigliare alcuni tipi studi e sconsigliarne degli altri. Non pensa che sia facile correre il rischio di condannare l’istruzione per poi cadere nel così terrificante luogo comune del «la laurea non serve a niente»?

F: In Italia esiste una retorica sulla riscoperta del lavoro manuale; si pensa che i giovani siano disoccupati a causa loro, perché non vogliono fare gli imbianchini o gli elettricisti. Queste sono balle. Tutte le statistiche dimostrano che in Italia la laurea dà una spinta minore rispetto ad altri Paesi, ma comunque dà maggiori prospettive lavorative e di reddito. L’idea che non serva a niente è una balla. La laurea resta un investimento utile. Certo, bisogna ben valutare quale scegliere esaminando varie componenti. Per quanto riguarda gli investimenti sull’università c’è tutto un filone polemico che riduce la questione al fatto che non ci sono abbastanza soldi. Si dice che se l’università italiana avesse le stesse risorse di Harvard sarebbe come quella di Harvard. Io non sono un accademico e frequento l’università occasionalmente, ma la mia impressione è che questo non sia vero. Non è solo una questione di soldi, ma anche di governance e di filosofia di fondo. C’è qualcosa che ci differenzia dai sistemi anglosassoni: In Italia abbiamo ancora una logica anni ‘70 in cui l’obiettivo delle politiche pubbliche è quello di innalzare la qualità media senza distinzioni, facendo finta che un l’Università di Salerno valga quanto la Bocconi. Il punto di vista culturale e politico sono entrambi due approcci legittimi.

M: Io credo che bisogna essere molto chiari: è stato messo troppo l’accento sulla professionalizzazione dell’università. Naturalmente l’università, in alcuni casi, è anche un percorso di professionalizzazione, ma non lo è mai strumentalmente, voglio dire immediatamente, unicamente. L’utilità della laurea non si misura con la sua capacità di preparare al mondo del lavoro come si usa dire: si tratta di una formazione culturale che è il culmine della percorso formativo di una persona, di un cittadino innanzitutto. La ricerca, da questo punto di vista, è vitale, perché se la formazione non è agganciata alla ricerca, cioè se non ridistribuisce agli studenti, agli italiani, ai cittadini, i frutti di una ricerca critica e individuale, non serve a niente. Per professionalizzare potrebbe bastare qualsiasi altro istituto di formazione collegato ai posti di lavoro. L’università è tale se c’è un legame sempre rinnovato e sempre vivo tra la ricerca e la didattica del singolo ateneo universitario. Dunque, non si può pensare che i tagli alla ricerca non abbiano effetti sulla qualità della formazione. Bisogna aver ben presente che questa è l’università, sennò si parla di altri modelli ma non più di università che è solo questo, connessione tra didattica e ricerca.

Alcuni dati Istat nel rapporto «I percorsi di studio e lavoro dei diplomati e dei laureati» mettono in evidenza come per gli studenti laureati nel gruppo letterario e geo-biologico sia più difficile l’inserimento nel mondo del lavoro. Lavora infatti il 61,7% dei laureati di I livello del gruppo letterario e il 58,6% dei laureati del gruppo geo-biologico. Crede che debba essere lo studente stesso a servirsi di questi dati per effettuare una scelta universitaria saggia e ponderata o pensa invece che debba essere lo Stato a utilizzarli per prendere atto della condizione del proprio Paese con il fine di eliminare ingiustizie ed inefficienze?

F: Una cosa non esclude l’altra. Un orientamento universitario un po’ più onesto e concreto aiuterebbe molto, e non parlo delle ridicole presentazioni che si fanno per presentare le università. C’è un’obiezione di fondo a questo ragionamento che si chiede come si fa a sapere oggi cosa vorrà il mercato del lavoro di domani. Bene, questo ha un suo fondamento ma bisogna anche essere coscienti del contesto in cui ci si inserisce e conoscere le dinamiche di fondo: ad esempio bisogna sapere che se si vuole lavorare in Italia non ci sono molte multinazionali disposte ad assumere laureati in lettere per i dipartimenti in cui si occupano di marketing. Questo perché le aziende italiane sono piccole, quindi cercano solo ingegneri. È bene che questo sia chiaro, poi se uno vuole studiare qualcosa che sia completamente privo di applicazioni pratiche ma che comunque gli aprirà grandi campi del sapere è libero di farlo, ma ne deve essere consapevole.

M: Io credo che lo studente non debba scegliere la facoltà basandosi sulle statistiche dei posti di lavoro. Il momento della scelta della facoltà è forse l’ultimo della vita in cui si può scegliere di fare qualcosa che ci piace. Cambiare questa scelta in base alle statistiche mi pare un suicidio. Anche perché nessuna statistica potrà mai dare alcuna sicurezza sulla quantità e la qualità di lavoro che troverai, per non dire sulla tua felicità e sulla tua personale realizzazione. Io credo che dobbiamo essere un po’ meno strumentali, un po’ meno commerciali e un po’ meno ossessionati dalla certezza.
Tutti coloro che fanno l’università devono trovare lavoro, ma io dubito molto che la scelta orientata sulle statistiche possa avere un senso. Deve essere chiaro che la laurea umanistica apre le porte a moltissimi lavori diversi, anche molto lontani da quelle materie, ma non è una facoltà professionalizzante. Dunque la difficoltà di entrare nel mondo del lavoro non va legata al tipo di studi, semmai le criticità che ci sono hanno a che fare con la qualità della formazione, con la disponibilità dei professori, con il diritto allo studio: con tutto quello che impedisce un vero accesso alla formazione di qualità.

Mi è capitato di sfogliare recentemente una delle numerose guide che si prefigge l’obiettivo di aiutare gli studenti nella scelta universitaria sulla base di dati Istat. Se si trovasse davanti un giovane studente smarrito gli consegnerebbe la guida? Crede che sia uno strumento utile?

F: Le classifiche fatte da Almalaurea, ad esempio, non danno grandi informazioni perché spesso prendono in considerazione parametri che per lo studente non sono molto rilevanti. Ad esempio le classifiche che ho visto non mettono sullo stesso piano le università private e quelle pubbliche. Magari lo studente vorrebbe sapere se €10000 spesi alla Bocconi fanno la differenza rispetto ai €2000 pagati alla Sapienza. Quelle classifiche significano poco secondo me, quello che consiglio è capire cosa si vuole dall’università: se si vuole un posto di lavoro il più sicuro possibile e il prima possibile o se invece si preferisce un campo di competizione più ampio e magari fare il dottorato.
Quello che conta non è il voto di laurea o lo stage finale, ma acquisire quante più competenze con l’idea, poi, di giocarsela in maniera autonoma. È chiaro, non ci sono garanzie per nessuno, ma esistono trend consolidati che bisogna almeno conoscere.

M: Non li guardo per principio perché sono sempre terrificanti. Credo che gli consiglierei di andare a vedere delle lezioni universitarie che sono pubbliche, aperte a tutti. Credo che gli consiglierei di parlare nelle città più piccole con persone che già frequentano quell’università. Credo che, anche in questo caso, l’aspetto personale, empirico, sia molto più importante di affidarsi a questi sussidi precotti, che tra l’altro in genere non sono nemmeno del tutto disinteressati e sono sponsorizzati dalle stesse università. Non mi pare una strada giusta.

Leggiamo quotidianamente notizie che ci descrivono un mondo disumanizzato e imbarbarito. Non crede che oggi sia più che mai importante ritrovare i vecchi valori umanistici?

F: So che c’è un campo di difesa degli studi umanistici che usa questo argomento: si pensa che in una società arida e capitalista bisogna ritrovare i valori delle lettere e del sapere.
Secondo me avere una nicchia di gente semidisoccupata che però ha letto tutto Sofocle o che sa recitare Leopardi a memoria non migliora più di tanto la società.
Ecco, non ho la citazione sotto mano ma ricordo che qualche guru dell’Himalaya diceva che nei momenti decisivi in cui ad esempio un amministratore delegato deve scegliere tra due opzioni molto difficili la risposta non la trova mai nei testi che ha studiato, nei manuali universitari, ma la attinge dai romanzi, dalla filosofia, insomma dove ha acquisito strumenti valutativi non tecnici ma morali, etici e filosofici. Creare i chierici che costruiscono il sapere in mezzo alla barbarie è un approccio un po’ medievale che in questo momento non aiuta.

M: Sì, non li chiamerei «vecchi», però bisogna intenderci su quali siano questi valori umanistici. Io credo che il valore umanistico principale, fondante, sia la critica. La critica «senza umani riguardi, senza umani rispetti» direbbe Manzoni, cioè una critica che alimenti il dissenso come dimensione fondamentale dell’avanzamento della società. Baranovskij diceva che l’umanista è uno che rispetta la tradizione ma contesta l’autorità. Deve essere chiaro che le discipline umanistiche non sono alla ricerca del bene o della poesia, ma sono strumenti critici per affrontare e modificare la realtà. Quindi sì, in questo senso sì, ce n’è bisogno, non come fuga consolatoria.

Conosco numerose persone laureate nelle cosiddette materie umanistiche che hanno deciso di cambiare Paese per concludere il proprio percorso di studi con un master. Crede che fuori dall’Italia si senta meno il divario tra materie di serie A e di serie B, rispettivamente scientifiche e umanistiche?

F: Bisognerebbe conoscere le singole storie. La mia impressione è che in paesi che hanno un sistema universitario più gerarchizzato, se un ragazzo esce da una università di eccellenza, conta più il titolo dell’Università che quello che ha studiato. Quindi avere una laurea umanistica in un prestigioso ateneo qualche prospettiva la offre ancora, ma mi sembra una considerazione un po’ troppo generale da fare. Diciamo che dipende sempre dalle prospettive di ciascuno. Se un ragazzo vuole mettersi sul mercato della ricerca internazionale allora va benissimo così, se invece pensa di tornare in Italia e vincere più facilmente i concorsi pubblici o essere assunto dalle banche o dalle aziende italiane non credo che faccia una grande differenza aver fatto un master in una università straniera o una specialistica in Italia. Conosco tante persone che hanno concluso i loro studi in Francia e poi non sono più tornati, ma stiamo parlando dell’eccellenza; non è la fascia di gente che mi preoccupa, quelli si salvano comunque. Il problema sono quelli che si laureano in scienze della comunicazione a 27 anni e sono convinti che il mercato del lavoro debba remunerare i loro anni universitari. A me preoccupa la fascia media, l’eccellenza si salva sempre.

M: Diciamo che nel mondo occidentale ci sono luoghi dove è molto più alta la consapevolezza dell’importanza della ricerca. Credo che questo faccia la differenza. Molti dei nostri studenti trovano lavoro nei musei internazionali che sono ancora dei luoghi di ricerca, mentre i nostri, specialmente dopo le ultime riforme Renzi-Franceschini, sono degli outlet commerciali in cui non serve una comunità di giovani ricercatori. Quindi diciamo che c’è un declino italiano, un declino culturale profondo. Altrove, nei luoghi dove si pensa che sia ancora importante progettare il futuro, chiunque sappia fare ricerca viene visto come una risorsa. Da noi, che pensiamo di campare di rendita con il passato, viene visto come un peso.

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