Come appaiono le facoltà umanistiche agli occhi delle facoltà scientifiche?

Non è certo una novità che le facoltà umanistiche siano considerate meno prestigiose rispetto a quelle scientifiche: corsi come Lettere, Filosofia, Beni culturali al giorno d’oggi non solo vengono etichettati come di serie B ‒ perché si pensa che il carico di studio sia inferiore rispetto ai corsi scientifici ‒ ma vengono addirittura ritenuti inutili.
Il motivo è semplice: a differenza delle facoltà scientifiche, quelle umanistiche non offrono uno sbocco professionale sicuro. Chiunque scelga di intraprendere un corso di studi nell’area umanistica viene quasi sempre scoraggiato da amici e parenti  che danno un colpetto sulla spalla e rivolgono sguardi compassionevoli.
Pare, insomma, che nessuno sia interessato a chi si vuole occupare di cultura, a chi vuole fare il professore, il giornalista o lavorare nel mondo dell’arte; tutti mestieri che rendono poco e che, diciamocelo, non richiedono poi così tanto sforzo. Con la cultura, si sa, non si campa. Poco importa che uno segua le proprie passioni: con i tempi che corrono è importante soffermarsi sulla scelta degli studi da intraprendere dopo le superiori perché questi potrebbero influenzare fortemente il nostro futuro lavorativo, già così precario. E quindi si pensa che sia meglio puntare al ramo scientifico per poter trovare un lavoro dignitoso con una paga che permetta anche, in futuro, di mantenere una famiglia; al contrario,  gli studi umanistici sono spesso considerati un semplice passatempo.

Queste tesi sembrano purtroppo essere in parte sostenute dai dati che dimostrano non solo che chi lavora nel campo umanistico guadagna effettivamente di meno, ma anche che il tasso di disoccupazione è leggermente più alto: secondo uno studio Istat sull’occupazione dei diplomati e dei laureati a quattro anni dalla laurea (prendendo in considerazione i giovani che hanno conseguito il titolo nel 2011) il tasso maggiore di occupazione è riservato a chi ha conseguito una laurea di secondo livello in Difesa e sicurezza, Medicina o Ingegneria (rispettivamente: 99,4%, 96,5%, 93,9%); nonostante questa differenza però, gli «umanisti» non se la cavano così male come tutti pensano: a trovare lavoro, infatti, è circa il 61,7% per chi ha conseguito la laurea triennale, mentre se si tiene conto anche della specialistica la percentuale sale al 73,4%.
Per quanto riguarda il reddito, di sicuro Ingegneria sembra essere la laurea che garantisce una maggiore stabilità e sicurezza economica: secondo AlmaLaurea, i laureati in Ingegneria che troveranno lavoro avranno un reddito medio di 1500 euro al mese ‒ che varia poi a seconda del tipo di corso di ingegneria.
Ad aggiudicarsi il reddito più basso sono, invece, come previsto, le facoltà umanistiche, che variano da un minimo di 900-980 euro al mese ad un massimo di 1200 euro.
Forse è per questo che nel giro di dieci anni, dal 2005 al 2015, c’è stato un calo della percentuale di immatricolazioni in ambito umanistico, mentre quella delle facoltà scientifiche è cresciuta: facoltà come Lettere e Beni culturali ad esempio hanno perso rispettivamente l’8,50% e il 47,10%, secondo Repubblica.it.
Insomma, senza dubbio, chi decide di intraprendere un percorso di studi in ambito umanistico andrà incontro non solo a maggiori difficoltà economiche, ma anche ad un sacco di pregiudizi e luoghi comuni: da amici e parenti che diranno «Così non andrai da nessuna parte» e «Qui in Italia non troverai mai lavoro» a chi dirà «Tanto voi non studiate niente, avete esami e corsi facili».

Ma possono, per questo, le facoltà umanistiche essere considerate di serie B? E cosa pensano a riguardo gli studenti che hanno deciso di frequentarne una scientifica?

Secondo Carlotta, studentessa di Ingegneria edile, che pensa che le materie umanistiche siano al pari di quelle scientifiche, «l’opinione di chi è iscritto a corsi scientifici su chi segue materie umanistiche è in generale piuttosto bassa, ma è anche vero che gli ingegneri si classificano tra loro come ingegneri di serie a o b in base al tipo di ingegnere»; per quanto riguarda la difficoltà di trovare lavoro in ambito umanistico/culturale pensa che «ciò che fa la differenza non sia tanto la “matematicità” della facoltà, quanto la motivazione e la preparazione: un pessimo giornalista non troverà un buon lavoro come non lo troverà un pessimo matematico». A fare la differenza, insomma, non è tanto il tipo di corso, quanto il tipo di preparazione: se una facoltà ha saputo preparare adeguatamente i suoi studenti, questi non dovrebbero avere problemi a trovare lavoro, una volta completato il ciclo di studi.
«Il campo umanistico, per quanto riguarda l’università, è davvero molto molto ampio. Ormai ci sono un milione di indirizzi diversi ognuno con le sue sfaccettature e le sue peculiarità, quindi è difficile farsi un’opinione generale a riguardo, e come anche nelle facoltà scientifiche, chi si iscrive può essere guidato dalla passione o da altre cose»: questo è ciò che ci dice Massimo, laureato in Ingegneria elettronica, che si esprime anche su cosa pensano i suoi compagni di corso: «Per quanto riguarda l’opinione dell’intero mondo dell’ingegneria e in particolar modo di quello elettronico si percepisce un po’ la “superiorità”, lasciatemi passare il termine, rispetto alle altre facoltà. Ovviamente niente di discriminatorio, però diciamo che si è consapevoli che quello che si sta studiando ha più rilevanza nel mondo di oggi rispetto ad altre cose, mettiamola così». Per quanto riguarda la cultura in generale e in particolare il fatto che con essa si possa vivere, Massimo ci risponde con una metafora decisamente originale: «Vivere di sola cultura si può sicuramente! Tante persone lo fanno da tempo e lo fanno ancora oggi, c’è solo un problema: il campo da gioco è piccolo e i giocatori sono tantissimi. Il rapporto tra opportunità di lavoro e laureati è davvero basso, troppo basso».
Luca, che frequenta Farmacia, ci risponde così: «Forse, effettivamente, alcuni corsi sono più difficili, come Medicina o Farmacia stessa, perché richiedono molti anni di studio; forse quindi alcune materie scientifiche hanno bisogno di più applicazione e sono più toste; ed è più difficile, magari, per chi ha frequentato facoltà umanistiche trovare lavoro, dopo, ma non per questo le materie scientifiche sono superiori a quelle umanistiche. Secondo me, in ogni caso, le materie umanistiche sono decisamente importanti: i professori e i giornalisti, per citare alcune professioni, hanno un ruolo fondamentale nella società di oggi Di certo non bisogna scegliere una facoltà scientifica solo perché è ritenuta più difficile o è più facile trovare lavoro in futuro».
Francesco frequenta Chimica e tecnologie farmaceutiche e alla domanda «Pensi che le facoltà umanistiche siano da considerare di serie B?» risponde così: «Sinceramente no, perché l’università va a gusti e permette a chiunque di scegliere e di approfondire ciò che più gli piace». È tutta questione di passioni, quindi; poi, per quanto riguarda il lavoro, continua: «Alla fine si dice che chi fa una facoltà umanistica non troverà lavoro, ma ormai nessun tipo di laurea ti permette accesso diretto al mondo del lavoro, quindi…», mostrando come il problema non sia il tipo di corso che si decide di frequentare, ma il fatto che ormai qui in Italia più o meno chiunque ha difficoltà a trovare un posto di lavoro fisso e sicuro subito dopo essere uscito dall’università. Sembrano pensarla diversamente i suoi compagni di corso, invece, visto che afferma: «Diciamo che nel mio corso una buona parte crede che nelle facoltà umanistiche non si faccia nulla e che non portino da nessuna parte, idee che non condivido». Per quanto riguarda la cultura in generale, invece, si esprime così: «Sicuramente la cultura è una componente importante che credo giochi un ruolo fondamentale nella nostra vita, però non sono sicuro che permetta di ricevere uno stipendio, perché in ogni caso serve intraprendenza».
«Non credo ci siano facoltà di serie A e facoltà di serie B, credo semplicemente che lo scopo di una facoltà sia quello di approfondire, di farti analizzare determinati argomenti da più prospettive e di renderti abile nel lavoro che vorresti fare; per tale motivo è normale che il carico di studio/impegno non sia uguale per tutti. Facendo un esempio pratico: ovviamente se uno vuole fare il medico dovrà stare molto più tempo sui libri e studiare molto di più di uno che fa Lettere, ma certamente questo non vuol dire che chi scelga Lettere, ad esempio, debba essere etichettato come uno che “non ha voglia di studiare, perciò ha fatto Lettere”. E poi la mole di studio non è certo l’unico metro di paragone, visto che alcuni corsi di laurea richiedono molta più pratica fin da subito, altri più competenze dal punto di vista creativo che quindi non sono quantificabili in ore di studio», così si è espressa Elisa, che frequenta Tecniche di neurofisiopatologie.
Sul fatto che non esistano facoltà di serie A o B è d’accordo anche Lara, che studia Economia e che ritiene che «Le facoltà umanistiche in generale aiutano ad aprire la mente. Non penso nulla in particolare di chi le frequenta; sono semplicemente persone che hanno scelto di seguire la propria passione»; mentre per quanto riguarda il lavoro in ambito culturale si esprime così: «Esistono lavori legati alla cultura, ma pochi, e per poterli fare bisogna avere molta bravura e fortuna, soprattutto fortuna».
Un parere leggermente diverso sembra provenire da Veronica, che ha frequentato Ingegneria meccanica: «Delle facoltà umanistiche penso che siano molto utili a dare una formazione mentale e creativa che da soli difficilmente si raggiunge. Le potrei considerare come di serie B se penso al loro fine pratico che stento a trovare nell’immediato, ma che sta al singolo sviluppare e stravolgere in modo da applicarle alla società moderna»; i suoi compagni di corso «pensano che siano diverse, ma non migliori o peggiori. È un utilizzo diverso della mente rispetto a chi studia materie tecniche o scientifiche, perché le basi che vengono date sono più mnemoniche che non di ragionamento».

In generale, quindi, le «discriminazioni» nei confronti degli studi umanistici non sembrano provenire dagli studenti delle facoltà scientifiche ‒ o almeno, se ci sono non sono poi così diffuse ‒ i quali, sebbene siano consapevoli che le materie scientifiche richiedano forse qualche sforzo in più, ritengono anche che ognuno abbia inclinazioni e passioni diverse, che possono condurre ad un ramo piuttosto che ad un altro.
Sembra inoltre essere diffusa l’idea che al momento di scegliere l’università sia di fondamentale importanza pensare prima a ciò che più appassiona e incuriosisce, rispetto alla stabilità economica, meta ambita ma sentita come difficile da raggiungere da qualsiasi giovane, studente o meno.
Del resto i giovani non dovrebbero essere costretti a rinunciare ai propri sogni o alle proprie passioni solo perché questi sembrano essere meno prestigiosi o meno dignitosi, o solo perché qualcuno pensa che siano meno «concreti», ma dovrebbe essere il nostro Paese ad assicurare che ci siano maggiori opportunità in questi campi, considerando quant’è vasto il nostro patrimonio artistico, letterario e culturale.

 

I nomi riportati in questo articolo sono fittizi.

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