In difesa di Scienze della Comunicazione: ecco quanto vale

Umberto Eco, quando nel corso degli anni Ottanta fondò a Bologna il corso di laurea in Scienze della Comunicazione, non avrebbe certo immaginato come si sarebbe evoluta in Italia la sua idea di informazione e di innovazione semiotica fino ad oggi. Ricordando la sua scomparsa avvenuta nel febbraio dello scorso anno è opportuno chiarire, se non introdurre, ciò che compone questo corso. «Comunicazione», così chiamata ora, fa parte delle scienze sociali; nel mondo universitario esse vanno dalla comunicazione d’impresa, ovvero tutto ciò che è inerente alla pubblicità e al marketing, alle comunicazioni di massa sostenute da giornalismo, televisione, radio, cinema e nuovi media.
Si può percepire che la sua particolarità sta nella interdisciplinarità dei corsi accademici offerti. Il piano di studi prevede approfondimenti in molte materie linguistiche, letterarie, sociali e psicologiche. Si interessa del digitale e di tutte le nuove forme di comunicazione tecnologiche degli ultimi tempi. La vastità degli studi quindi apre ampiamente al mondo del lavoro in campi come l’editoria, il giornalismo, il marketing, la pubblicità e l’informatica.
Così riporta Il Mattino di Padova riguardo al corso di Comunicazione dell’Ateneo patavino«Su un campione di 200 laureati, usciti dal Bo di Padova negli ultimi dieci anni, hanno risposto in 165. L’88% di loro svolge un’attività retribuita, e non precaria: il 66% ha un contratto, di cui il 35% a tempo indeterminato. I settori in cui i comunicatori trovano maggiormente lavoro sono marketing, web e social media, pubblicità, vendite e commerciale. L’informazione è solo al quinto posto». 

Eco era convinto che il messaggio, politico o pubblicitario, fosse in continuo mutamento e queste continue trasformazioni portano a decodificare il messaggio stesso in differenti modi, potendo essere interpretato differentemente in base alle conoscenze e ai valori che ognuno di noi ha accresciuto dentro se stessi, in maniera del tutto personale. Quindi quella facoltà che ingiustamente è spesso stigmatizzata come «scienza delle merendine», non è altro che un complesso organismo di discipline credute divise le une dalle altre, ma che in realtà coesistono e collaborano in uno spazio comune, saldato dalla tecnologia e da internet.
Il corso di studi offre strumenti per analizzare, con insegnamenti riguardanti analisi sociologiche e statistiche, ed interpretare le miriadi di notizie da cui siamo bombardarti ogni giorno, in ogni istante, permettendo così un ingresso nel mondo di una moltitudine di opinioni formando studenti portati alla riluttanza per fake news o analfabetismo funzionale di cui oggi il web è saturo. Ne consegue che le persone che hanno studiato Scienze della Comunicazione risultano più competenti
, formate a livello teorico e probabilmente con qualche esperienza per quanto riguarda il lavoro nel mondo digitale, pronti ad affrontare una società esasperata dal consumismo e dalle masse.
È chiaramente un pregiudizio, allora, dire che i laureati in Comunicazione non sono richiesti dal mercato, una realtà non solo confermata dai dati. Ciò che viene offerto come risultato degli anni di studi è un neolaureato di nuova generazione, aggiornato, dinamico ed elastico perché preparato alle avversità e adattabile a qualsiasi situazione lavorativa.

Il problema della poca praticità forse sussiste solo in Italia, in cui il corso non è ancora valorizzato come in altri paesi europei e in cui la cultura della comunicazione è scarsa in tutti i settori, tra il cattivo gusto delle campagne pubblicitarie e l’abbondanza di TV spazzatura, di cui il popolo si ciba. All’Università Nova di Lisbona vediamo cineprese, sale di montaggio ed editing video, fotocamere e videocamere prestate agli studenti per svolgere gli esercizi assegnati, lavori di gruppo e creazioni di filmati in stage appositi, festival di social media, di cinema e teatro dove è possibile svolgere workshop gratuiti con esperti e professionisti. Come nella School of Visual Arts di New York, un’università dedicata alla comunicazione che comprende oltre al questo dipartimenti di fotografia, arti, design ed altre materie artistiche. Quindi per le strade non si vedono camminare studenti con solo libri in mano, ma con strumenti e mezzi per poter raggiungere i propri sogni e obiettivi. Non si può fare comunicazione se non praticando, trasformando i differenti codici studiati in azione. Non è necessario quindi solo un potenziamento nelle università, ma anche un acquisto di valore in aziende e imprese tradotto in parità di condizioni e assunzioni. Un investimento per un progresso più rapido in un verso che non può voltarsi o cambiare direzione, ovvero il digitale, i nuovi media, la virtualità della vita.

 

L’illustrazione è di Alessandro Pastore.

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