Il patrimonio artistico in Italia: una miniera non sfruttata

Facciamo un piccolo esperimento sociologico: prendiamo una persona straniera e proviamo a chiederle cosa le viene in mente quando sente la parola «Italia». Probabilmente una delle prime risposte sarà «pizza», sfortunatamente seguita dalla parola «mafia» e, infine, dalla parola «arte». Il patrimonio artistico italiano è infatti uno dei più grandi e vasti nel mondo. Per rendere l’idea, spesso si sente dire che «l’Italia possiede il 50% del patrimonio artistico-culturale mondiale». Sebbene questo leitmotiv sia, dati Unesco alla mano, un falso (Italia possiede circa il 5,02% dei siti sul totale) aiuta a rendere l’idea di quanto l’arte e la nostra nazione rappresentino un binomio ben radicato nella mente degli individui.

Ma quanto frutta questo straordinario patrimonio, in termini economici, all’Italia? Inoltre, è capitalizzato al massimo o potrebbe essere sfruttato meglio?
Nello svolgere la nostra indagine partiamo dalla base, in particolare dalla definizione di patrimonio artistico culturale. Per molto tempo il binomio «patrimonio artistico» ha rappresentato un concetto molto sfumato poiché non confinato, lasciato in balìa di declinazioni soggettive e, pertanto, viziato da relativismo cronico. Oggi disponiamo di una definizione precisa: il patrimonio culturale è «l’insieme di beni che, per particolare rilievo storico culturale ed estetico, sono di interesse pubblico e costituiscono la ricchezza di un luogo e della relativa popolazione». In questa definizione assume una rilevanza fondamentale il valore economico dei beni culturali, il quale si basa sul vigore della storicità e artisticità dei siti stessi. Così come ridurre l’arte a semplice fonte di guadagno è una visione miope e materialista, al contempo si rimanda  però all’indissolubilità delle due dimensioni: solo osservando insieme artisticità, storicità e valore economico si potrà così ottenere una visione olistica.

Evidenziato il field su cui verterà la nostra indagine, focalizziamo l’attenzione sul patrimonio artistico della nostra nazione: ha origini molto eterogenee, derivate da diversi momenti storici e dalle varie correnti artistiche che si sono imposte attraverso i secoli. La carrellata sintetica delle principali tappe della storia artistica italiana sicuramente non rende giustizia a tutta la vastità del patrimonio conservato; può essere però utile per avere un’idea di quanti artisti abbiano lasciato un’impronta nel Bel paese.
Il suolo italiano è caratterizzato sin dalla Preistoria da manifestazioni artistiche, che raggiunsero probabilmente il culmine con la massima espansione dell’Impero Romano d’Occidente, il quale rese Roma la città cardine di tutta l’arte mediterranea. Tutta la penisola è ancor oggi permeata dall’eredità romana, in particolare -semplicemente uniche al mondo- le città di Pompei ed Ercolano sepolte dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

L’arte antica continuò a vivere in Italia tramite l’Impero Romano d’Oriente prima, prendendo il nome di arte bizantina, e con Giotto, massimo esponente del gotico, poi. Una prima rottura con l’arte precedente avvenne con il Rinascimento, mentre una nuova cesura ci fu nel Seicento, soprattutto grazie alle opere di Caravaggio, quasi istantanee di figure ispirate spesso a persone comuni che il pittore incontrava per strada. Con l’avvento della modernità l’Italia conobbe diverse correnti che hanno influenzato la cultura occidentale sia nelle arti visive sia in architettura che nel cinema.

Resoci ormai conto della vastità e soprattutto della carica storica che ci portiamo dietro praticamente da sempre, applichiamo la definizione di «patrimonio artistico culturale» ai beni culturali presenti sul nostro territorio. Proprio qui riscontriamo le prime anomalie o, quantomeno, i primi dati bizzarri. Nonostante l’Italia possieda il più ampio patrimonio culturale a livello mondiale con oltre 3.400 musei, circa 2.100 parchi archeologici e 43 siti Unesco, il RAC, l’indice che analizza il ritorno economico sui siti Unesco, mostra come gli Stati Uniti, con la metà dei siti italiani, abbiano un ritorno commerciale pari a 16 volte quello italiano. Sfortunatamente non sono il solo paese a superarci in quanto a ritorno economico: in Francia e nel Regno Unito esso è tra 4 e 7 volte quello italiano, benché questi Stati abbiano un numero inferiore di siti.

In Italia, in generale, si nota una certa disaffezione verso il patrimonio culturale. Le presunte dichiarazioni del ministro Tremonti, durante il secondo governo Berlusconi, hanno esemplificato quello che è il pensiero di una buona fetta della popolazione: con la cultura non si mangia. Questa notizia, rivelatasi poi fasulla, è diventata comunque una specie di mantra usato come giustificazione per l’inefficiente gestione del patrimonio.
In realtà, altri paesi con la cultura ci mangiano, e parecchio. In Spagna, ad esempio, l’economia turistica ed il settore culturale e creativo contribuiscono al PIL per il 21% (pari a 225 miliardi di Euro) contro il 13% italiano (circa 203 miliardi di Euro). A questo punto una domanda sorge spontanea: come si è venuta a generare questa situazione? Innanzitutto, il fatto di possedere una tale quantità di siti comporta una problematicità effettiva: senza un valido disegno organizzativo è difficile ottenere una gestione efficiente. Per dirlo in altre parole, altri paesi riescono ad ottenere più introiti proprio perché, avendo una quantità minore di siti da gestire, riescono a farli fruttare meglio.

Come sempre il mondo si divide tra chi vede il bicchiere mezzo pieno e chi lo vede mezzo vuoto. Optando per il primo approccio, risulta lampante come l’Italia abbia amplissimi margini di crescita e di guadagno in questa materia. Come detto poco sopra, all’Italia occorre un disegno di ampio respiro, una programmazione efficace ed efficiente che superi la dialettica «molti siti risultano impossibili da gestire». Dario Franceschini, attuale ministro dei beni culturali, è colui che ha fatto di questa problematica una personale missione. Citando lo stesso ministro, la sua «riorganizzazione sta dando i suoi frutti». Ma in cosa consiste questa riorganizzazione? Come già detto, prima del suo avvento (2013), il Ministero dei Beni Culturali non possedeva nessun piano specifico per il futuro. Con l’avvento del governo Renzi, ecco l’inversione di rotta. Il MiBact inizia ad essere gestito con logica economica, avente come fine la massimizzazione degli introiti. Usuali iniziano a diventare i numeri sviscerati da Franceschini: circa 50 milioni di euro in più di incassi tra il 2013 e il 2016, pari ad un + 38,4%, con un trend ancora in crescita nel 2017, pari ad + 13,5%, mentre i visitatori passano dai 38,4 mln del 2013 ai 45,5 del 2016, con un incremento del 18,5%.

Finalmente l’Italia sembra possedere un disegno efficace in grado di sfruttare appieno il proprio, immenso, patrimonio culturale. Come appurato nel corso della nostra indagine, gli introiti economici sono una delle componenti imprescindibili del patrimonio artistico. Ma essi non sono, appunto, l’unica variabile da tenere in considerazione. Se aumentare gli incassi è sicuramente un fattore positivo per l’Italia e per il patrimonio culturale stesso, l’errore da non fare è ridurre la visione a una semplice sequenza di numeri, sebbene il trend sia positivo ed essi certifichino una crescita comunque significativa. Detto in altre parole, l’azione di Franceschini è rivolta a massimizzare il profitto, che altro non è se non il fine verso cui è protesa, disinteressandosi dei metodi utilizzati per raggiungerlo. «Il fine giustifica i mezzi» è una locuzione che non vale per i beni culturali, in quanto essi traggono il proprio valore dal rapporto con l’ambiente circostante. Trasformare il paese in una sorta di gigantesco luna park d’arte ha svuotato il patrimonio artistico del suo tessuto sociale, ovvero del suo legame fondamentale  con il territorio e, soprattutto, con i cittadini che in quel territorio ci vivono. Agire come un top manager aziendale, trasformando musei e siti in vere e proprie imprese di profitto, ha un effetto distruttivo sulla società del luogo.

In questo contesto di sfruttamento del patrimonio artistico si collocano le lamentale verso il turismo di massa, periodicamente fatte riaffiorare dagli abitanti delle città più ricche di siti culturali. Venezia ne è tristemente divenuta l’emblema, con i residenti che lamentano trasporti al collasso, testimoniati dal numero record di 35,91 turisti per ogni residente (fonte Cesdoc).
Pierluigi Sacco, della IULM Università di Milano, esprime sinteticamente ma magistralmente il concetto: «Troppo sfruttamento turistico mina la sostenibilità fisica e sociale del nostro patrimonio. Prendiamo per esempio Venezia, ormai è una città che si è svuotata di un tessuto sociale». E, siccome al peggio non c’è mai fine, la cronaca di tutti i giorni ci racconta casi di danni o sfregi alla bellezze del nostro paese. Di qualche mese fa è infatti la notizia dello sfregio causato da un turista al Colosseo, a Roma. L’uomo proveniente dall’Ecuador ha infatti pensato bene di incidere i nomi della moglie e del figlio su un pilastro interno del Colosseo. Tutto l’accaduto ha portato a un’esplosione di rabbia da parte dell’opinione pubblica italiana, stanca di essere sottoposta a questo sfruttamento turistico senza limiti (e decenza).

Tutto da buttare quindi? Per chi scrive, la risposta è no. Pur con tutte le imperfezioni citate, è indubbio che la riforma Franceschini abbia portato il paese a una maggiore consapevolezza del proprio potenziale artistico-culturale. Ciò di cui ora l’Italia ha bisogno consiste in un insieme di politiche attue a rendere più sostenibile questo processo di valorizzazione economica del patrimonio culturale. Per dirlo in termini economici, è stata aumentata la produttività senza tenere conto degli effetti che quest’ultima può avere sul tessuto sociale delle zone coinvolte. Investire sulle realtà che sorgono attorno e sostengono i siti culturali significa investire sul patrimonio stesso; solo così la riforma di Franceschini si potrà dire completa ed efficiente.

 

L’illustrazione di copertina è stata realizzata da Chiara Mantello in esclusiva per Incipit.

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