Napoli velata: quando Hitchcock incontra Schopenhauer

È stato definito come La grande bellezza partenopea, ma Napoli velata, l’ultimo film del regista turco italiano Ferzan Özpetek, va ben oltre questo sbrigativo giudizio. È un’opera a sè, originale e sincera, che si è rivelata come nuovo gioiello nel panorama del cinema italiano di questo 2018.

L’incipit del film è d’impatto: veniamo introdotti ad una piccola festa in un appartamento borghese nel centro storico dell’odierna Napoli. Qui la protagonista Adriana, anatomopatologa, conosce Andrea, più giovane di lei di almeno dieci anni, che con poche ma incisive parole la convince a passare la notte insieme. I due consumano una passione intensa e quasi violenta in una delle scene di sesso più esplicite degli ultimi anni, che nonostante la forte carica erotica non sfocia mai nel volgare. Al risveglio i due si danno il primo appuntamento, ma lui non si presenterà mai. Da qui prende le mosse quello che inizialmente sembra essere un giallo dalla particolare ambientazione mediterranea. Presto invece scopriremo che il film è molto di più.

A metà strada tra il thriller, il mèlo e il dramma, non riusciamo a definire un genere per quest’opera unica e innovativa. La protagonista alla ricerca di una sfumata verità ci guiderà in un tour tra alcuni dei posti più belli, caratteristici e misteriosi di Napoli, dalla maestosa Piazza del Gesù alle plastiche pose delle statue del Museo Archeologico Nazionale, dalla barocca Farmacia degli Incurabili alla meravigliosa Cappella San Severo dov’è custodito il Cristo Velato, capolavoro della scultura settecentesca. Ma lo sguardo con cui seguiamo questo viaggio nella capitale campana non è appesantito da lunghe e lente inquadrature che caratterizzavano invece i monumenti e le architetture della Roma del film di Sorrentino citato all’inizio. Anzi, Özpetek non inquadra mai completamente questi magnifici luoghi, ma solo alcuni angoli, lasciandoci così lo spunto per immaginare il resto, fornendo in questo modo una sua personalissima visione.

Nonostante Napoli non rappresenti solo un mero sfondo ma addirittura entri a far parte del racconto quasi come un personaggio , non possiamo dire che sia il vero fulcro del film. Il soggetto di quest’opera è in realtà la vista. L’occhio viene reso simbolo più volte da oggetti o luoghi: un gioiello portafortuna, una scala ellissoide e concentrica inquadrata al centro dal basso, un’opera d’arte su una parete. E la vista poi diventa protagonista anche del significato del film, visto che  il regista ci racconta la storia di Adriana attraverso i  suoi occhi, che sono come coperti da un velo, un velo che possediamo tutti e che rende la realtà di ognuno soggettiva. Si tratta forse del celebre velo di Maya di Schopenhauer? Con questa espressione il filosofo tedesco definiva la barriera da superare per raggiungere la verità delle cose nella nostra vita, una vita che secondo lui non era altro che sogno è illusione. Ma nel film non ci è dato sapere mai cosa sia vero e cosa invece illusorio, perché anche quando siamo certi di averlo capito scivoliamo di nuovo in un sogno, non esiste differenza tra verità e finzione, tutto è uno. Questo è raccontato anche da bellissime e suggestive scene, come quella di  un geniale flashback in cui non vediamo il passato, ma lo ascoltiamo: la camera è quella del giugno 2017 ma le voci e i rumori appartengono ad un evento di quarant’anni prima.  Altro tema centrale del film è la contrapposizione tra la vita, l’amore e la morte. Nel film quest’ultima crea traumi irreparabili, ma non diventa il fulcro del significato  dell’opera, perché la vita, con i suoi infiniti misteri, e l’amore, con la passione travolgente, sembrano superarla. Forse può esserci vita dopo la morte grazie a un sentimento indistruttibile?

I due attori protagonisti del lungometraggio sono eccezionali: un’intensa Giovanna Mezzogiorno nei panni di Adriana e un glaciale Alessandro Borghi nel ruolo di Andrea, molto coraggiosi e professionali soprattutto per aver interpretato di loro volontà le intense scene di sesso senza controfigure. Il resto del cast non è da meno, visto che troviamo, oltre alle celebri Isabella Ferrari e Anna Bonaiuto, anche il cantante e attore teatrale napoletano Peppe Barra e la star di Gomorra Maria Pia Calzone.
La rifinitura finale, quella che rende questo film un piccolo capolavoro, è data dalla mano del regista. Raffinatissimo nella forma, crea un’opera intrigante e densa di cultura, ispirato dall’arte del mistero di Hitchcock, ma subendo anche una poderosa influenza dall’ultimo Kubrick di Eyes wide shut , dal Satyricon di Fellini nei suoi riferimenti ai culti misterici e al priapismo e  dallo stile di Sorrentino, per quanto riguarda il realismo quasi macchiettistico di certi personaggi di contorno.

Napoli velata è un inno alla passione, una danza con la morte, un’investigazione filosofica, un gioco labirintico, una poesia alle meraviglie nascoste, una verità che viene intravista in un vicoletto,  rincorsa, ma che si perde nel vento caldo appena giriamo l’angolo. E tutto questo ancora non basta a definire completamente questo film.

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