Recensione: Giuseppe Marcenaro, Scarti

Autore: Giuseppe Marcenaro
Casa Editrice: Il Saggiatore
Data pubblicazione: 2017

Giornalista, poeta, traduttore e saggista, dedito alla fotografia e impegnato nella diffusione di arte e cultura: che Giuseppe Marcenaro sia tutto questo, traspare senza ombra di dubbio dalle pagine della sua ultima opera letteraria, Scarti. Un inno alla marea di piccole cose – scontrini, liste della spesa, scatole di fiammiferi, carte di cioccolatini – che nella fretta di ogni giorno scivolano via dalle nostre mani e vanno a rimpinguare il vasto oceano dei rifiuti; e anche alla scrittura, capace di sottrarre minuti, dettagli altrimenti dimenticati dalle mani avide del tempo, ma che «oggi […], al contrario della monnezza, ha perduto peculiarità». Sommersi dalla montagna di carte, e-mail, messaggi e informazioni, abbiamo finito per sviluppare degli anticorpi contro la parola scritta. Pressati da impegni che si moltiplicano come cellule cancerogene e scadenze che calano come ghigliottine, passiamo attraverso la vita come se questa fosse una maratona, liberandoci del superfluo, il cui peso ostacola la nostra corsa. E allo stesso tempo produciamo, scriviamo, lasciamo tracce – moderni Hänsel e Gretel che hanno perso il desiderio di tornare indietro a raccogliere le briciole lasciate cadere in tutta fretta – inconsapevoli del fatto che è in queste briciole che si consuma la nostra vita.

Questa la riflessione che ispira la stesura di un libro atipico, un viaggio voyeuristico tra gli scaffali del dimenticatoio umano nel tentativo di salvare stralci di vita dall’oblio, cucirli assieme seguendone le trame tortuose cosicché l’intreccio ne rilevi la grandiosità. «L’autobiografia come scarto, ritrovando punto per punto gesti, pensieri…» Ed ecco allora che vengono fuori la mania di Stendhal di annotare pensieri e commenti ovunque, il debito di diecimila lire del papa Pio VI presso un certo Giovanni Merello, argute cartoline scambiate tra Svevo e Joyce, lettere inviate e mai arrivate, l’amore appassionato e irrealizzato tra Gianna Manzini e Sbarbaro. Come un pescatore ostinato, Marcenaro recupera dal fondo dell’oceano in cui rischiano di essere sepolti curiosi manufatti e ne fa rivivere le storie. L’autore si districa tra una storia e l’altra di questo inusuale labirinto adattando lo stile – a volte nostalgico, a volte romantico, a volte impietosamente ironico – alla vicenda raccontata. Ad una riflessione come «La discrezione burocratica che pensa la poesia un’arte bella e non una scommessa con la vita» si accosta la confessione iniziale «Faccio parte anch’io dell’impossibile ba-ta-clan del mondo di quanti scrivono e producono rumenta et zettum. […] Spettatore complice della lunga pisciata nel vicolo che, slargandosi, fa venire in mente il Nilo che si butta nel Mediterraneo». Un’accozzaglia di storie e stili diversi, quindi, il cui solo difetto può essere quello di non essere sufficientemente inquadrati in una struttura che conferisca loro la giusta coesione, evitando il rischio che le storie così evocate rimangano, appunto, bellissimi scarti.  

 

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