Dall’#ijf17: i cyberbulli emulano chi diffonde odio online

Dal nostro inviato a  Perugia


Fanno ormai da molto tempo parte della cronaca notizie riguardanti il cyberbullismo e la diffusione di odio da parte dei minori sui social network. A occuparsi di questo sono tanto i giornalisti che raccontano i fatti, tanto esperti o pseudo tali che li commentano. Il necessario approfondimento sul tema è arrivato al Festival del Giornalismo di Perugia, mercoledì scorso, grazie all’incontro Bambini cattivi tenuto da Giovanni Ziccardi, docente di Informatica Giuridica alla Statale di Milano.

Particolare attenzione meritano le motivazioni di questo odio, che grazie alla rete ha sviluppato modalità, violenza e pervasività mai viste. Non quindi il web come ragion d’essere dell’odio, bensì come amplificatore di un sentimento che già c’è, e che probabilmente c’è sempre stato.
Una delle ragioni individuate da Ziccardi è la ricerca di consenso, inteso in termini di follower e, più in generale, di attenzione pubblica che viene riversata sul minore che diffonde contenuti tali da rendere criminale e perseguibile il proprio comportamento. Non si tratterebbe (solo) quindi di una diffusione «consapevole», magari con lo scopo di attaccare e annichilire qualcuno, bensì del risultato di una ricerca di consenso.
L’odio porta likes. Questa semplice massima arriva al minore semplicemente dal mondo che lo circonda: in Italia, ma non solo, politica e (pseudo) informazione fanno sistematicamente uso dell’attacco personale per guadagnare voti o visualizzazioni. Basti pensare agli immigrati: intere campagne elettorali si basano sull’attacco allo straniero; mentre molti giornali (soprattutto nelle loro edizioni online) danno in pasto ai propri lettori carrellate di odio verso singoli o categorie con l’unico scopo di guadagnare qualche visualizzazione in più.
Sbagliamo quindi a considerare l’odio fra minori e il cyberbullismo, nelle sue varianti «pubbliche», qualcosa di lontano da noi, che non ci riguarda: siamo noi adulti, presumibilmente maturi e consapevoli, a offrire ai più giovani un esempio del tutto deleterio di reputazione in rete. Non mostriamo loro un mondo in cui il seguito nasce come diretta conseguenza delle nostre qualità e dei nostri pregi, bensì della nostra «bravura» e della nostra perseveranza quando attacchiamo qualcuno. Non ci dobbiamo stupire se poi loro distorcono questi insegnamenti adattandoli alle proprie esigenze: non possiamo pensare che un tredicenne attacchi nel merito Salvini, tanto per fare un esempio, ma è invece abbastanza scontato che la vittima sia un suo compagno di classe – che sicuramente non avrà una vita «pubblica» – sprovvisto di qualunque anticorpo per sopportare un’aggressione, seppur virtuale.
Dobbiamo quindi smettere di esprimerci sul web, se per espressione intendiamo anche l’attacco motivato e sensato? Certo che no, ma chi ha a che fare con i minori dovrebbe spiegare loro la differenza fra un’invettiva che critica senza spargere odio, un ragionamento razionale basato sui fatti, e la mera diffusione indiscriminata di odio. Ma chi glielo può spiegare, se gli adulti sono i primi a sbagliare?

L’immagine di apertura è tratta da flickr.com

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