Londra: le teorie complottistiche confutate da fotografia e scienza

Chi ha ucciso J.F. Kennedy? Gli UFO esistono? Lo sbarco sulla Luna è avvenuto? Chi c’è davvero dietro l’attentato dell’11 settembre alle Twin Towers? Elvis è morto? Ma soprattutto, perché queste domande, per alcuni,  sembrano ancora attorniate da un alone di mistero?
Eppure le risposte ce le abbiamo: l’attentato alle Torri Gemelle è stato rivendicato dai terroristi di Al-Qaida. Elvis è morto nel 1977 per un attacco cardiaco, dopo diversi tentativi di rianimazione. Kennedy fu assassinato mentre era in visita nella città di Dallas il 22 novembre 1963; il colpevole fu arrestato lo stesso giorno.
Ma non tutti ne sembrano convinti. Dietro questi casi eclatanti, queste morti tragiche si ha la tendenza a cercare una teoria più complessa, un motivo eclatante almeno quanto l’evento che ha così colpito l’opinione pubblica. Le teorie del complotto non sono certo una novità, si diffondono sui social network e ne nascono di nuove continuamente: qualsiasi evento di portata internazionale viene accompagnato da conseguenti teorie che vedono retroscena nascosti, spesso di carattere politico, a volte di una portata tale da mettere a rischio il futuro dell’umanità. 

Questo tema sta alla base della mostra fotografica appena conclusasi alla Photographers’ Gallery di Londra, della durata di otto giorni (10-19 febbraio) e chiamata #ConspiracyWeek. Si è scelto di esporre infatti tutte quelle immagini usate a sostegno di teorie complottiste, con lo scopo di mostrare tutta la loro insensatezza.
Ora che l’accesso ad un gran numero di informazioni è pressoché universale, bisogna prestare molta attenzione alla veridicità di ciò che si legge; internet è il più caratteristico veicolo di diffusione delle teorie del complotto, grazie a blog e siti specializzati. Fortunatamente esistono anche molti altri siti e blog che puntualmente smascherano teorie complottiste e anche «semplici», ma altrettanto dannose, «bufale»: in Italia i più conosciuti sono Butac Bufale e dintorni, per citarne un paio.
Inoltre bisognerebbe sempre tener in considerazione che, proprio grazie alle nuove tecnologie, chiunque può fabbricare delle prove a favore della propria tesi per cercare di convincere più persone possibili: le fotografie, per esempio, possono essere facilmente modificate e manipolate. L’obiettivo che si impongono gli organizzatori della mostra londinese è quello di fare chiarezza tra ciò che è reale e ciò che è fittizio: attraverso foto, documenti, proiezioni di immagini e video si ricostruisce la trama delle diverse teorie esposte e si cerca di mostrare quali documenti sono reali e quali sono stati manipolati o interpretati in modo scorretto.

Il fulcro principale della mostra, chiamato «Momenti in divisa», è stato costituito da alcune fotografie ricavate dagli archivi di Wendelle C. Stevens (1923-2010), ex pilota dell’Aviazione americana ed illustre cacciatore di UFO, che nella sua carriera ha collezionato il più grande numero di fotografie riguardo a presunti avvistamenti di navicelle aliene o altri oggetti volanti non identificati.

«Questo perché le fotografie sono la forma più accettata di testimonianza visiva», spiega Gordon MacDonald, curatore di «Momenti in divisa» in un articolo per la BBC. «L’intervento della macchina (cioè di una fotocamera) dà alla fotografia l’illusione di essere un osservatore imparziale. E certamente risulta facilmente accessibile a tutti: è facile estrapolare un’informazione da una fotografia, mentre la lettura di un testo richiede uno sforzo».

La stessa galleria ha poi creato una risorsa online chiamata «Unthinking photography», che ha sezioni dedicate alle teorie complottiste e alle «fake news».
E se tali iniziative non fossero sufficienti
, recentemente un ricercatore di Oxford, David Robert Grimes, ha elaborato un’equazione che dimostra quanto sarebbe difficile mantenere segrete cospirazioni su larga scala, se queste fossero reali.

«Anche un complotto che coinvolge solo poche migliaia di persone sarebbe smascherato nel giro di decenni. Nel caso in cui partecipassero centinaia di migliaia di persone, invece, avverrebbe in meno di cinque anni» spiega Grimes in un’intervista riportata dal Post

Credits: Wikipedia

L’equazione tiene in considerazione diversi fattori come il numero di cospiratori necessario per mantenere il segreto, il tasso di mortalità con cui questi potrebbero scomparire, se la loro partecipazione debba essere attiva o se sia necessario solo il loro silenzio. Per dimostrarne la validità Grimes l’ha applicata a quattro grandi teorie del complotto, tra cui il falso allunaggio della NASA, che, secondo i suoi calcoli, avrebbe dovuto essere smascherato circa 4 anni dopo la diffusione della notizia.
All’interno dell’equazione, però, non viene considerata la possibilità che il complotto venga scoperto dall’esterno, anziché ammesso dagli stessi cospiratori: questa possibilità aumenta ulteriormente le potenzialità di smascherare le teorie complottistiche e riduce il tempo in cui possano sopravvivere e diffondersi.

Immagine in copertina presa da The Blue Diamond Gallery.

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