Fuocoammare: il grido silenzioso arriva oltreoceano

Fuocoammare, l’ultimo documentario di Rosi, è riuscito ad entrare nella rosa dei candidati per l’Oscar. Il regista si è dichiarato molto contento del risultato e ha dedicato la nomination agli abitanti di Lampedusa. Il film, girato durante una permanenza di circa un anno sull’isola, racconta parallelamente le vicende di chi vi abita e la tragedia dei migranti che ogni giorno vengono recuperati a largo delle sue coste. A differenza del tipico documentario, Fuocoammare si cala di volta in volta nel punto di vista del personaggio, riprendendo senza filtri le vicende che accadono in una Lampedusa plumbea e invernale. L’ unica scena che, invece, rientra nei canoni documentaristici è l’intervista al dottor Pietro Bartolo, il solo medico dell’isola, che cura i migranti ed è costretto (molto più spesso) a fare autopsie. 

La caratteristica particolare di Fuocoammare è il modo in cui affronta la tragedia dei migranti, elemento che lo rende diverso da tutte le altre produzioni sullo stesso tema. Lampedusa è infatti descritta per gran parte del film attraverso brevi ritratti di diversi abitanti dell’isola, concentrandosi in particolare sulla figura di Samuele, di 12 anni, che trascorre la sua infanzia tra i giochi, immerso in un ambiente naturale che appare in tutto il film come violento, ruvido, scevro di ogni gentilezza. Da una parte, quindi, gli isolani che si scontrano con la natura, simboleggiata dalla figura centrale del mare a cui si oppone la ripetitività delle tradizioni che vengono tramandate di padre in figlio (si veda ad esempio il lavoro di pescatore, che Samuele  cerca di apprendere dal padre e dal nonno); dall’altra il nuovo che arriva, i migranti, giunti da terre lontane, sconosciute e anch’essi costretti ad affrontare la furia degli elementi che non lascia scampo. 

Scena del film, Samuele e il suo amico «giocano alla guerra».

Fuocoammare è un grido silenzioso, che cerca di infiltrarsi in un mondo indifferente. Il suono più frequente nel film è proprio l’assenza di suono, o meglio, il rumore delle onde del mare che circonda Lampedusa, che circonda le imbarcazioni lasciate alla deriva. Anche nelle scene più strazianti, come quella di un salvataggio a cui Rosi ha assistito di persona, tutti i suoni sembrano quasi attutiti, per lasciare invece spazio alle immagini, che ti colpiscono con tutta la loro forza (grazie anche ad una fotografia davvero degna di nota). Pare quasi voler dire che non ci sono parole per descrivere questo dramma, tranne le preghiere cantate di un gruppo di migranti, oppure la canzone siciliana Fuocoammare, che richiama i tempi della guerra, quando le barche accendevano il mare «a fuoco». Proprio quest’assenza di commenti, di parole superflue, dona al film un’atmosfera di grande drammaticità, accresciuta dal fatto che i profughi sembrano quasi fantasmi di passaggio sull’isola, mentre la popolazione continua le sue routine quotidiane e  la natura prosegue i suoi cicli eterni.

Scena del film, i migranti pregano cantando.

Una tragedia che si avverte proprio perché mostrata a contrasto con una grande indifferenza, la quale, tuttavia, lascia filtrare un senso di  malessere: è questo probabilmente il messaggio più forte di Fuocoammare, che riesce ad arrivare dritto allo stomaco ma in modo sottile, sobrio. Per questo motivo ha buone speranze di vincere l’Oscar, oltre per le evidenti qualità tecniche. La vittoria potrebbe lanciare anche un segnale positivo, un richiamo a prestare attenzione ad un dramma che continua a consumarsi nell’indifferenza di tutti, nella speranza che l’arte, messa al servizio della società, possa in questo caso portare ad una presa di coscienza concreta, che lasci da parte la retorica e gli inutili discorsi, che faccia rispondere con le azioni a questo grido. 

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