Recensione: «Il Grande Zoo» dei Capobranco

Seguendo un percorso mentale dal concreto all’astratto, «capobranco», prima di tutto, è un nome composto. Quindi diviene un’idea: di leadership, di guida della massa, di creazione di tendenze. Più in là, ma non di molto, Capobranco è anche un gruppo emergente da Padova, formatosi a fine 2012 e composto da Alex Boscaro (chitarra e voce), Valerio Nalini (basso e voce) ed Enrico Carugno (batteria). A due anni di distanza dall’omonimo album di debutto, il 10 ottobre scorso i veneti pubblicano il maxi-EP «Il Grande Zoo», anticipato dal video del singolo Il Rock È Fuori Moda, uscito un paio di settimane prima, il 26 settembre (lo trovate qui sotto).

L’EP consta di 6 canzoni di non oltre i 4 minuti e mezzo di durata, in cui il fil rouge che si dipana lungo l’ascolto dimostra un focus opposto rispetto a quello dell’esordio; da quest’ultimo, in cui ogni traccia sviluppava uno spunto di contaminazione del genere animale in quello umano (cosa perfettamente naturale, in quanto, quantunque non è raro che lo si dimentichi, il secondo fa parte del primo) il trio, passando per la prospettiva diametralmente opposta, perviene all’estremo punto di approdo della riflessione: proclama cioè che, osservando gli animali, l’unica innegabile conclusione possibile è che non vi sia differenza alcuna tra uomo e animale.

Da qui è brevissimo il passo fatto per arrivare al titolo dell’album e, conseguenza naturale, al testo della prima canzone, Benvenuti Nel Grande Zoo. Sin dall’inizio la trama funkeggiante dell’ordito tessuto dalla band conquista e trascina l’ascoltatore in un vortice ironico e colorato che travolge un mondo di «gente che assomiglia a vermi, rettili e serpenti». La traccia successiva, Miele Di Vespa, pare voler rallentare il ritmo, ma ogni volta è solo un riprendere il fiato, una quiete prima dell’imminente tempesta successiva. Il testo, riflessivo e struggente, tanto da sembrare autobiografico, si rivolge ad una non meglio precisata donna che, come si evince, si è rivelata essere un’altra persona da quella che sembrava in apparenza, anzi, ancora peggio: ora «si vede che assomigli a quello che sei sempre stata». Dunque non c’è mai stato un vero cambiamento, ma qualcosa –probabilmente ma non necessariamente l’amore–  ha tenuto nascosto «cosa davvero c’è dietro gli occhi tuoi»; per il cantante/narratore tuttavia la suddetta rimane un veleno, da cui egli può guarire solamente riassaporando il sapore di lei, quel miele di vespa che dà il titolo alla canzone.

Segue Citazioni, in cui il trio strizza di nuovo l’occhiolino al funk, in una mordace satira di tutti coloro che si nutrono di citazioni e le mettono un po’ dappertutto, senza verificarne fonte ed autore, per darsi arie d’intelligenza e «dare lezioni di civiltà»: l’idea è buona, l’esecuzione anche, ma la canzone si chiude forse troppo presto, dando la sensazione di non-finito, di qualcosa che poteva essere sviluppato meglio. Il seguente, già citato, singolo Il Rock È Fuori Moda è quasi un manifesto programmatico che, partendo da una disillusa constatazione di un apparentemente inesorabile declino del rock, vede la band ergersi a «leader di un movimento senza età»: alla luce della consapevolezza che «la storia insegna che la moda è ciclica», non si può che arrivare ad affermare, con una ripetizione quasi ossessiva, che accompagna la traccia alla sua conclusione, che «il rock è fuori moda ma tornerà di moda».

Segue La Solitudine del Fonico, un fittizio lamento di un una figura così importante, ma al contempo così poco considerata, come quella del fonico: un paradosso vivente, la cui parabola umana è difficile da capire se non si è mai stati a un concerto, se non si ha mai suonato su un palco, ma, soprattutto, se non si ha mai avuto una tale responsabilità, purtroppo sovente e puntualmente non sufficientemente retribuita. Il pezzo presenta buona energia, bell’assolo, suggestivo il coretto del «Check!» che entra nella testa dell’ascoltatore e lo rende partecipe, purtroppo solo col pensiero, della condizione del fonico, prono all’esaurimento nervoso. Chiude l’EP Ad un tratto, una canzone di sensibilizzazione, allo stesso tempo seria e faceta, contro i trattori, causa di un numero sempre maggiore di incidenti.

Nel complesso, «Il Grande Zoo» è un ottimo lavoro, che conferma il debutto già di livello più che buono, da parte di una band che dimostra di portare avanti un progetto a tutti i livelli, da quello liristico a quello musicale, proponendo una formula certo semplice, ma indubbiamente efficace. Un alternative rock che fa delle sue influenze funk la sua impronta peculiare, non ancora nella piena maturità, ma sicuramente in un’adolescenza dalle ottime premesse per il futuro, nell’attesa del prossimo LP.

L’immagine di apertura è la cover dell’EP «Il Grande Zoo» tratta dalla pagina Facebook della band.

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