Banksy a Padova: come è nata l’inchiesta?

Sarebbe finta modestia negare che i tre articoli sulla fantomatica mostra di Banksy a Padova siano stati un successo. L’intervista alla gallerista con un approfondimento sulla società che ha gestito l’arrivo delle «opere» (la trovate qui), il retroscena che ha mostrato come la galleria sia in forte difficoltà (ecco il link) e infine la questione marginale ma non irrilevante della figlia della gallerista che parla di opere «firmate e numerate dall’autore» (qui l’articolo) rivelano una vicenda meno ideologica o filosofica di quanto potesse sembrare in partenza.
Tre approfondimenti che hanno esposto chi scrive e la direttrice di Incipit Elena Ferrato a lamentele e pure a qualche minaccia, nonostante il nostro lavoro sia stato svolto nel modo più etico e corretto possibile. Per chiarezza verso i nostri lettori, e per soddisfare la curiosità di più di qualcuno che ci ha chiesto «Come avete fatto?», proviamo ora a spiegarvi punto per punto la genesi di questi tre articoli.
Il 15 e il 16 dicembre, come sapete, si è tenuta la mostra: il primo giorno solo su invito mentre il secondo giorno aperta a tutti gratuitamente. Chi scrive in quei giorni era a Roma per un corso di formazione e quindi ha potuto seguire solo sui social network l’evoluzione della vicenda. La curiosità di approfondire è nata dalla segnalazione di una nostra fonte, la quale ci ha raccontato un incredibile incontro con la gallerista Anna Breda. Non riportiamo i dettagli di questo episodio perché non verificati.
Una ricerca web sul sito della Camera di Commercio britannica e su altri siti ci ha permesso di scoprire qualcosa in più sulla società London Art Bank, sui soci che l’hanno fondata un paio di mesi fa e sul capitale sociale di 100 sterline di cui dispone. Proprio perché siamo persone corrette, il passo successivo era inevitabile: chiedere conto alla gallerista, la signora Anna Breda, di quanto avevamo scoperto. Riusciamo ad avere un colloquio con lei la mattina del 20 dicembre e la sera stessa abbiamo scritto il primo articolo, riportando fedelmente ogni dichiarazione rilevante della gallerista.
Lo stesso giorno abbiamo avuto notizia del litigio avvenuto in galleria e, potendo dimostrare ogni virgolettato riportato ed essendo la potenziale chiusura di «Spazio Anna Breda» una notizia, non potevamo che pubblicare un secondo articolo. Anche qui non siamo caduti nella facile tentazione di lasciarci andare a supposizioni o illazioni: abbiamo riportato fedelmente ogni cosa rilevante pronunciata in quel litigio. Avevamo il diritto di farlo? Legalmente sì, perché la galleria è un luogo aperto al pubblico e chiunque entrando (non serve neppure suonare un campanello) poteva udire quanto abbiamo pubblicato.
Il terzo articolo nasce da una segnalazione di una nostra amica, la quale ci ha detto che Giulia Magnaguagno è figlia di Anna Breda. Di per sé questa non sarebbe una notizia, ma lo diventa per due fondamentali motivi: 1. la figlia della gallerista non viene presentata come tale ma come «amica di Vitamina Project – Blog di Viaggi» e questo a nostro avviso è poco corretto nei confronti degli spettatori del video; 2. Giulia Magnaguagno afferma che le opere «sono tutte serigrafie autografate e numerate dall’autore», e questo contraddice quanto affermato dalla madre nel colloquio avuto con chi scrive il 20 dicembre.
Non c’è stato alcun accanimento né nei confronti di Anna Breda, né verso la sua galleria: abbiamo ottenuto (in modo etico e legale) delle notizie che avevamo il dovere di pubblicare. Se questa è una colpa, allora siamo colpevoli di aver fatto semplicemente il nostro dovere.

In copertina: l’immagine usata dalla galleria per promuovere l’evento. 

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