Banksy a Padova? Almeno 6 opere non originali

L’ambiente culturale padovano è da ormai una settimana scosso dalla «questione Banksy»: saranno originali le opere esposte venerdì 16 dicembre alla galleria «Spazio Anna Breda», oppure ha ragione il famoso street artist Kenny Random definendole «fake»?
Proviamo a fare un po’ di ordine per cercare di venire a capo di una vicenda talmente curiosa da meritare l’interesse anche dei non appassionati e dei non addetti ai lavori. Sono una dozzina le opere presentate a circa 1500 persone, alcune delle quali hanno fatto anche centinaia di chilometri per essere presenti l’unico giorno in cui la mostra era aperta al pubblico. Inizialmente era previsto solo una sorta di rinfresco per i potenziali acquirenti la sera di giovedì 15 ma, come ha spiegato la gallerista Anna Breda, «dopo varie discussioni ho ottenuto la possibilità di tenerla aperta anche il giorno seguente per omaggiare quel pubblico, grande fan dell’artista» e per permettere a queste 1500 persone di «poter ammirare, fotografare e prendere piccoli oggetti… che abbiamo prodotto per loro».
In effetti molte di queste persone si aspettavano una mostra sì di poche opere ma che fossero facilmente attribuibili allo street artist londinese. Questo infatti si legge nella descrizione dell’evento Facebook creato appositamente dall’account «Spazio Anna Breda»: «Un solo giorno per poter ammirare da vicino le opere del famoso street artist!». Purtroppo però le cose non stanno proprio così.

Il partner ufficiale dell’evento è The London Art Bank, una società con sede al 159 di Offord Road a Londra, inserita nella Companies House (la Camera di Commercio del Regno Unito) l’11 ottobre scorso con un capitale sociale di 100 sterline. Come soci di questa piccola azienda ci sono Ross Mercer, 40 anni residente anch’egli al 159 di Offord Road, e Charles Hoey, classe 1990, quest’ultimo presente alla serata inaugurale della mostra. Un’azienda che esiste da due mesi e che ha un capitale sociale ridicolo già lavora con opere di Banksy, valutate dalle migliaia alle centinaia di migliaia di euro? Può darsi, ma questo contraddice comunque il comunicato stampa di Anna Breda, la quale – riferendosi alla London Art Bank – afferma quanto segue: «L’Azienda si occupa di valutazioni e stime di grandi collezioni, vendita e art advisory da più di 10 anni». Anna Breda, in un colloquio con chi scrive, ha però spiegato che Mercer e Hoey «hanno lavorato per anni con la London Art Banc International (Art Banc Internationalndr)» per poi staccarsene e creando una società ex novo, società che comunque ha mantenuto dei contatti con la Art Banc: «Si scambiano anche le opere, là dove non arriva uno arriva l’altro», ci ha detto la Breda, la quale però approssima il capitale sociale in 10mila sterline, quando si parla come abbiamo visto di cifre parecchio più basse.
La London Art Bank afferma nel suo sito web di avere sedi, oltre che nella capitale britannica, anche a Milano, Mosca e Sidney, il che parrebbe stridere con una società che ha poco più di due mesi di vita. Ma tutto è possibile e noi non siamo sospettosi. Cerchiamo quindi la sede di Milano per provare a contattarli: sull’elenco telefonico non è presente, su Google la cosa che ci assomiglia di più è una «Bank of art» di Milano che però ha un sito internet (progettato nel 2010, quindi 6 anni prima della nascita della London Art Bank) completamente slegato da quello dell’altra azienda e nel quale afferma che «Bank of Art è una società di diritto italiano, con sede a Milano». Quindi non c’è alcun collegamento con l’azienda britannica. Abbiamo poi telefonato a un’altra azienda dal nome simile che ci ha spiegato che vende carta da parati e che pensava che «Banksy» fosse una tipologia di arredamento nuova.
Nonostante nel comunicato stampa di «Spazio Anna Breda» venisse affermato che «sono stati venduti 3 bellissimi pezzi», la gallerista ci ha spiegato che le cose non stanno proprio così: non si tratterebbe delle serigrafie esposte, bensì di alcuni esemplari delle banconote «modificate» da Banksy (del valore, secondo la gallerista, di circa 800 euro ciascuna), mentre altri due pezzi (questi sì presenti fra le serigrafie esposte), per usare le parole della Breda, sono stati «prenotati»: «Li hanno bloccati e (gli acquirenti, ndr) sono in contatto con Londra. Noi non sappiamo più nulla». Questi pezzi saranno corredati dai certificati di «Pest Control Authentication», ossia dalla dichiarazione dell’omonimo ufficio, l’unico preposto a certificare l’autenticità delle opere di Banksy.  Al di là delle banconote, che in proporzione hanno un valore relativamente basso, la mostra non ha (ancora) dato alcun risultato sul piano delle vendite.
E per quanto riguarda le opere esposte? La galleria «si riserva di agire per vie legali nei confronti del diretto interessato», che è Kenny Random, reo di aver esposto su Facebook la sua posizione che propende per la non autenticità dei pezzi presenti alla mostra. «Spazio Anna Breda» però spiega di aver deciso preventivamente di sostituire, in accordo con The London Art Bank, «alcune opere in mostra (4 pezzi) con le versioni “display” (copie per mostrare l’opera senza esporla a rischi, ndr) per proteggere gli originali da danni e/o furti», nonostante i pezzi fossero assicurati. Le opere sostituite avrebbero un valore di oltre 150mila sterline, troppo alto per la galleria. L’obiettivo della galleria era quello di offrire un percorso ai visitatori, un «concept», per citare Anna Breda.
Abbiamo quindi cercato di scoprire quali fossero le opere «display», e lo abbiamo fatto mostrando alla gallerista le foto che trovate qui sotto, in cui a sinistra si vede il pezzo esposto e a destra una serigrafia certificata della stessa opera. Dobbiamo ringraziare Kenny Random per essersi assunto quest’onere non indifferente.

L’opera qui sopra è «Grannies», serigrafia su carta del 2006, e ne esistono – in varie edizioni – 750 copie. Anna Breda ha commentato: «Questa è una copia».

Qui invece abbiamo «Love is in the air», serigrafia su carta del 2003, di cui ne esistono 500 edizioni non firmate e 150 firmate, tutte con sfondo rosso. La gallerista ha confermato i nostri dubbi: «Anche questa è una copia».

Ed ecco «Napalm», serigrafia su carta del 2004, 500 edizioni non firmate e 150 firmate. Secondo Anna Breda «questa è una serigrafia» seppur «fotografata malissimo». Noi possiamo anche crederle anche se ci rende perplessi il bordo bianco, che fa effettivamente parte dell’opera: nella foto di destra è indubbiamente molto più spazioso che nella foto di sinistra.

La famosissima «Girl with balloon», serigrafia su carta del 2004, esiste in 600 edizioni non firmate e 150 firmate, ma sempre in formato verticale. Come era facilmente intuibile, anche questa – passata al vaglio di Anna Breda – era una copia: non era possibile averla originale a Padova perché una delle opere «più care».

Anche «Stop and search», serigrafia del 2007 presente in solo 500 edizioni firmate, era una copia perché, ci spiega la gallerista, «l’originale è stata acquistato in novembre a Chelsea e di questa (serigrafia, ndr) non ce ne è più nessuna». In altre parole tutte e 500 le edizioni sono state acquistate. E perché quindi mettere una copia, se l’originale non era neppure più in vendita? Anna Breda ci risponde sinceramente: «Per far bello, per fare un po’ di concept».

Era una copia, sempre secondo le parole di Anna Breda, anche «Laugh Now», serigrafia su carta del 2004 esistente in 150 edizioni firmate e 600 non firmate.

Nonostante un’incertezza iniziale, Anna Breda ci ha confermato che anche «Donuts», serigrafia del 2009 esistente in quasi 600 edizioni, era una copia. Nell’immagine qui sopra potete vedere un dettaglio scelto da Kenny Random per mostrare l’autenticità del pezzo sulla destra, dettaglio che la copia sulla sinistra non possiede.

Queste sono due stampe esposte durante la mostra a Padova: la prima è stata data in omaggio con il giornale britannico Time out, mentre la seconda la dava in omaggio GreenPeace con il progetto «Save or Delete» del 2002. Anna Breda ha definito entrambi utilizzando la parola «originale», speriamo riferendosi al fatto che fossero gli originali dei poster dati con il giornale e da GreenPeace.
Quindi, escludendo i due poster, si tratta di 6 copie su un totale di 7 opere fotografate da Kenny Random. Non ci sbilanciamo per ora sull’originalità di «Napalm» e potremmo anche fidarci, con il beneficio del dubbio, di quanto ci ha detto Anna Breda. Avere sei copie è comunque un po’ diverso da affermare, come riporta il comunicato stampa, che le versioni «display» fossero quattro. Comunque un numero abbastanza cospicuo da rendere ovvia nella pubblicità all’evento la menzione al fatto che non ci fossero «solo» originali, e che anzi questi ultimi fossero una piccola parte delle opere.

Di fronte all’evidenza delle dichiarazioni che ci ha rilasciato Anna Breda il commento Facebook che vi riproponiamo qui sopra perde improvvisamente ogni significato. Se su 7 opere che abbiamo mostrato alla gallerista abbiamo scoperto che 6 erano delle copie, non ci sembra di stare parlando di una «piccola parte». Poi non si trattava neppure di «opere da esposizione»: colori sballati, proporzioni modificate… se un acquirente si basava su quello che vedeva da «Spazio Anna Breda», poi gli arrivava a casa un’opera molto diversa da come l’aveva vista in galleria.

Per adesso, e solo per adesso è tutto. Ricordiamo che chiunque abbia qualcosa da dirci sulla vicenda, oppure chiunque intenda replicare alla nostra ricostruzione, può contattarci.

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