Banksy a Padova tra dubbia autenticità e pessima comunicazione

Qualche giorno fa la nostra direttrice Elena Ferrato ha parlato della mostra patavina di Banksy, svoltasi tra giovedì 15 e venerdì 16, presentando alcune perplessità non sulla mostra in sé, quanto piuttosto sulla decisione, da parte dello stesso artista, di vendere delle proprie opere ad un pubblico d’èlite.
Ebbene, non si sa con certezza cosa abbia effettivamente comprato tale pubblico la sera di giovedì 15, né che genere di opere il pubblico “comune” abbia ammirato il giorno seguente: infatti Il noto street artist padovano Kenny Random ha denunciato sulla propria pagina Facebook quella che ha definito una «truffa». Vi ripotiamo lo screenshot del suo post e della risposta della galleria d’arte:

La foto ingrandita

Non ci vogliamo soffermare sulla veridicità delle affermazioni dell’artista padovano, le quali – bisogna dirlo – sono corredate da qualche foto nemmeno troppo specifica e dettagliata. Può darsi che abbia ragione, può darsi che abbia torto. In ogni caso la sostanza non cambia e il problema risiede nel confronto pubblico sui social network fra Kenny Random e Spazio Anna Breda.
La galleria «si dissocia da queste voci diffamatorie», «Le opere esposte all’interno del nostro spazio sono originali», ma «per una piccola parte abbiamo scelto di avere delle opere da esposizione», che altro non sono che copie delle opere originali. Già qui la comunicazione è a livelli bassissimi: innanzitutto cosa significa che Spazio Anna Breda «si dissocia» da quanto ha affermato Kenny Random? L’utilizzo del verbo è totalmente improprio: dissociarsi significa «Staccarsi, separarsi da qualcuno con cui si dissente», e nessuna separazione si può fare fra soggetti che non sono mai stati uniti. Ci si dissocia, per esempio, dalle affermazioni di un membro del partito di cui facciamo parte, non certo dalle parole di uno appartenente alla fazione opposta. E poi è presente una contraddizione evidente: da una parte le opere «sono originali», e verrebbe da supporre che lo siano tutte, ma nella frase successiva si afferma candidamente che così non è, perché – seppur per una «piccola parte» – si sono utilizzate «opere da esposizione».


L’intervento successivo è di Anna Breda in persona, dal proprio profilo Facebook privato: «Sono 17 anni che combatto per cercare di aprire la testa a questi provinciali ma è una battaglia persa». Altro errore mostruoso di comunicazione: che senso ha entrare nella discussione solo per offendere dei potenziali clienti e acquirenti?
A un certo punto della discussione ci manca un tassello che però possiamo ricostruire, con il beneficio del dubbio, grazie a una risposta di Kenny Random a un presunto commento di Anna Breda, risposta da cui pare che la gallerista abbia persino minacciato di sporgere querela.


Possiamo dire che la comunicazione della galleria ha fatto cilecca? Senza alcun dubbio. Soprattutto se a quanto già raccontato aggiungiamo un post sulla pagina Facebook dello Spazio Anna Breda in cui gli organizzatori si dissociano (ancora questo verbo!) «dalle voci diffamatorie diffuse in queste ore da una persona che ha partecipato all’inaugurazione di questa sera». Queste parole non hanno senso: innanzitutto non si può parlare genericamente né di «voci», né di «persona», quando a muovere un’accusa (fondata o meno che sia) è il più famoso street artist di Padova. Poi non si porta nessuna prova a favore della propria tesi: si parla solo dello «sforzo da parte di alcuni sponsor» e si rifà cenno a quanto già scritto nel commento citato qui sopra, ossia alle «opere da esposizione».

Non sappiamo come andrà a finire la faccenda, ma di certo c’è che allo Spazio Anna Breda dovrebbero assumere un addetto alla comunicazione: rispondere alle accuse attaccando può andare bene ma bisogna portare prove. Di fronte alle foto fatte da Kenny Random durante la mostra bisognava rispondere con i certificati di autenticità e invece si sono solo spese parole al vento. La mostra è stata comunque un successo, ma Anna Breda, piuttosto che minacciare querele, dovrebbe porsi qualche domanda sulla reputazione social della sua galleria dopo questa faccenda. E il problema non sono le accuse di Kenny Random, ma le risposte della pagina Facebook della galleria.

Tito Borsa

Come ha affermato qui sopra Tito Borsa, nonostante le polemiche, la mostra ha avuto un enorme successo, con code chilometriche già dalla mattina. Insomma, la street art, seppur rinchiusa tra le pareti di un museo, attira la curiosità sia di appassionati d’arte che non.
È davvero questo il futuro di artisti come Banksy?

La street art ha un suo senso quando armonizza arte e paesaggio, quando si integra con l’ambiente circostante per trasmettere un messaggio: prendiamo come esempio una delle opere di Banksy stesso in cui è raffigurato Steve Jobs con in mano un computer e una sacca; questo murales è stato dipinto sul muro di un campo profughi a Calais come messaggio di protesta contro la chiusura delle frontiere ai rifugiati siriani (Steve Jobs infatti era di origine siriana). Avrebbe un senso quest’opera se fosse estrapolata dal suo contesto? Ha senso togliere la street art dalla strada?

Anche il motivo delle polemiche sull’originalità delle opere esposte allo Spazio Anna Breda appare poco chiaro se si pensa che, in ogni caso, esse sono tutte riproduzioni di un unico originale, che è dipinto su qualche muro di qualche città. La creazione di una mostra sulla street art presuppone quindi una perdita di unicità e di forza del messaggio stesso di questa forma d’arte. Già in un nostro articolo avevamo espresso i nostri dubbi riguardo a questo tipo di iniziative, che al tempo avevano trovato la protesta dello streetartist Blu, il quale ribadì la sua fedeltà ai valori dell’arte di strada cancellando i suoi murales dalle pareti di Bologna, per evitare che esse finissero in qualche museo, per evitare che facessero ingrossare le tasche di una classe sociale a cui le sue opere stesse rivolgevano una forte critica.

Per l’occasione di questa mostra su Banksy, “falsa” o “vera” che sia, questi dubbi tornano a riproporsi. Un tipo di arte che trova il suo punto di forza nella sua irriproducibilità e nel suo essere integrata con l’ambiente urbano non dovrebbe essere esposta al museo. La streetart è nata come espressione di rottura nei confronti della tradizione e, in molti casi, di protesta contro qualsiasi autorità costituita e di denuncia delle ingiustizie sociali e delle contraddizioni della nostra società capitalista, essa dovrebbe quindi restare “libera”, mentre, sempre più frequentemente, resta imbrigliata in quegli stessi meccanismi economici che cercava di combattere, venendo intrappolata nelle maglie di un’istituzionalizzazione che sembra non lasciare scampo alla purezza dell’arte. Purtroppo questo è ciò che si evince da tali iniziative, che più che cercare di avvicinare il pubblico alle opere dello streetart, sembrano allontanare dal vero messaggio contenuto in esse. 

Elisa Santoro

In copertina: l’immagine dell’opera Sunflower Field Gas Mask utilizzata dalla galleria per promuovere l’evento.

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