Umberto Boccioni e altre onomatopee futuriste

Velocità, elettricità, continuo movimento, colori forti e onomatopee: stiamo parlando del Futurismo, nato in Italia all’inizio del XX secolo. Era il 1909 quando su Le Figaro usciva il Manifesto di questo movimento artistico poliedrico, che interessava la letteratura, la scultura, la pittura e persino la gastronomia. Lo scopo principale del Futurismo era quello di tagliare ogni legame con la tradizione e col passato, proiettandosi invece verso il futuro, simboleggiato dalla nascente tecnologia. L’opposizione ai tempi passati era professata con toni forti, arrivando persino all’inneggio della guerra, considerata come unica «igiene del mondo», la sola in grado di costruire un futuro diverso. I principali esponenti di questo movimento furono Marinetti per quanto riguarda la letteratura, Carrà nell’ambito della pittura e Boccioni per quanto concerne la scultura. Il movimento futurista italiano ebbe una grande risonanza in tutta Europa, soprattutto per la forza e per la novità delle sue posizioni e grazie all’opera di diffusione sostenuta da importanti personaggi, come Apollinaire in Francia e Majakovskji in Russia. Successivamente, a causa del risvolto politico di molte affermazioni dei futuristi (prima fra tutte l’interventismo nei confronti della Prima Guerra mondiale), il movimento fu spesso associato agli ambienti della destra fascista, idea  corroborata anche dal fatto che alcuni dei suoi componenti dimostrarono simpatie verso il regime durante il Ventennio.

Tavola parolibera di Marinetti che si schiera per l'interventismo nella Prima Guerra Monadiale
Tavola parolibera di Marinetti che si schiera per l’interventismo nella Prima Guerra Mondiale.

Proprio quest’anno ricorre il centenario della morte di Boccioni e per l’occasione sono in programma varie iniziative. Prima fra tutte la mostra Umberto Boccioni. Genio e Memoria, ospitata a Milano, a Palazzo Reale, fino a luglio e ora  trasferita al MART di Rovereto, dove resterà fino al 19 febbraio, organizzata in modo tale da ripercorrere le opere di Boccioni e accostarle a quelle di altri artisti a lui contemporanei. Ironico forse il fatto che, alla fine, anche i futuristi siano entrati a far parte di quella tradizione da loro tanto deprecata, esposti in quei musei che nel loro manifesto minacciavano di distruggere.

Ma cosa hanno lasciato i Futuristi alle generazioni successive? Si può dire che la loro influenza abbia riverberato fino ai giorni nostri, percorrendo il ventesimo secolo, assumendo nuove forme ma mantenendo le direttive principali: l’attenzione per le nuove tecnologie, l’esaltazione della macchina come simbolo di un futuro che corre veloce, la proiezione verso quelle forme d’arte, come il cinema, che nascevano allora e che lasciavano intravedere un tempo in cui l’arte sarebbe diventata movimento e sarebbe uscita dall’immobilità delle tele. Per Boccioni stesso, per esempio, la scultura doveva diventare dinamica, compenetrare gli spazi e servirsi di materiali diversi (legno, cuoio, carta), abbandonando così la solidità del marmo e del bronzo. Tracce di queste idee si possono ben vedere in una corrente artistica successiva, la Pop Art, che appunto utilizzava materiali di consumo per la realizzazione di opere d’arte e cercava mezzi espressivi alternativi a quelli tradizionali, sfruttando i linguaggi pubblicitari, i fumetti, i cortometraggi, utilizzando quindi un modo di comunicare più veloce, che arrivasse al fruitore d’arte con tutta l’esplosività e la forza degli spot tipici dell’era del consumismo. Questo ricorda anche l’utilizzo marinettiano delle onomatopee e delle cosiddette «tavole parolibere», le quali usavano espedienti tipografici e figure di suono per esprimere concetti. Inoltre, alcuni esponenti del futurismo, tra tutti Fortunato Depero, si cimentarono nella creazione di pubblicità per aziende italiane, unendo arte e comunicazione. Possiamo citare anche la musica techno, che con il suo uso psichedelico delle luci a intermittenza e dei suoni elettronici richiama alla lontana la passione futurista per l’elettricità e i colori accesi. Infine, nell’era della digitalizzazione, considerando la  velocità dell’informazione e della fruizione delle notizie e dell’arte, si può affermare che l’utopia del Futurismo si sia affermata in pieno. La velocità, valore nato proprio tra le righe del Manifesto di Marinetti, è diventata un metro indispensabile per giudicare l’efficienza di qualsiasi mezzo di comunicazione contemporaneo, rendendoci in qualche modo partecipi di quel futuro dinamico che i futuristi auspicavano con la loro arte.

Pubblicità di Depero per la Campari, 1926
Pubblicità di Depero per la Campari, 1926.

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