Gli uomini ritraggono le donne e le donne… dipingono se stesse!

«Do we need to be naked to get inside the museum?» («È necessario che siamo nude per entrare nel museo?»), questo era nel 1989 lo slogan delle Guerrilla Girls, gruppo di artiste femministe radicali creatosi a New York per promuovere l’inclusione di donne e persone di colore nel mondo dell’arte. Ancora oggi, leggerlo da qualche parte non ci stupirebbe, anzi; ci sembrerebbe più che mai contemporaneo. Nonostante le artiste figurative di sesso femminile rappresentino il 51% del totale, solo il 28% delle mostre personali è dedicata a donne, e dei 3163 artisti rappresentati nelle 131 gallerie commerciali londinesi solo il 31% è donna. Per spiegare questa sproporzione in termini di rappresentanza nella storia dell’arte sono state date tante motivazioni: innanzitutto il fatto che per secoli alle donne sia stato vietato l’accesso a un’educazione che andasse oltre il canto, il ricamo e l’arte della sopportazione; in secondo luogo l’impossibilità per una donna di avere sufficiente tempo e spazio, con la conseguenza che la solitudine, condizione necessaria all’introspezione e alla creazione, era ed è un lusso il più delle volte irraggiungibile. Non a caso Virginia Woolf nel 1929 scrive il saggio Una stanza tutta per sé, in cui rivendica la necessità concreta di disporre di «some money and a room of one’s own» come requisito fondamentale per la scrittura.

Ma questo era tanto tempo fa e ora le cose sono diverse, più o meno. Oppure no? Quello che rende lo slogan delle Guerrilla Girls così azzeccato non è tanto il riferimento alla maggiore difficoltà per le donne di entrare nel mondo dell’arte, quanto l’allusione al fatto che musei e gallerie in realtà pullulano di donne: soltanto che, invece di figurare come artiste, nelle targhette di fianco ai quadri, si presentano sotto forma di oggetto del ritratto – tanto più se senza veli. Nel 1985, l’85% dei nudi esposti al Metropolitan Art Museum di NY ritraeva una donna. «Gli uomini agiscono. Le donne appaiono. Gli uomini guardano le donne, le donne guardano se stesse mentre sono guardate» spiegava negli anni ’70 il critico d’arte e scrittore John Bergman in Questione di sguardi. Difficile dargli torto. È un fatto statisticamente misurabile che nelle arti visive (ma anche nella letteratura), mentre gli uomini rappresentano la realtà esterna, noi donne tendiamo a preferire noi stesse come soggetto del continuo dialogo che è l’arte.

Basta pensare ad alcune delle più grandi pittrici della storia dell’arte per rendersene conto. Frida Kahlo: l’artista che tramite gli autoritratti gridava i propri sentimenti, esponeva al pubblico la propria vita, la propria interiorità; le sue poesie visive collegavano oggetti in superficie slegati tra loro per narrare le sue paure, il suo amore, il suo farsi forte di fronte ai colpi della vita. 

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 Alfred Stieglitz, Georgia O’Keeffe 

O basti pensare a Tamara de Lempicka, che, ponendosi al volante di una macchina in uno dei suoi più famosi autoritratti, guarda dritto negli occhi lo spettatore e sembra dirgli «Questo è il mio posto, ho io il comando». Eppure l’erotismo che permea tanti dei suoi ritratti femminili è assente quando dipinge uomini. E perché non prendere a esempio Georgia O’Keeffe: mentre il suo compagno Stieglitz, uno dei più famosi pionieri della fotografia, si sbizzarriva a ritrarre il suo corpo nudo e le sue mani forti, lei, anziché ritornare il favore, se ne andava in giro a dipingere fiori dicendo «I decided that if I could paint that flower in a huge scale, you could not ignore its beauty». Una dichiarazione che può essere facilmente traslata alla condizione delle donne nell’arte: «I decided that if I could become an artist of huge talent, you could not ignore my presence». E guarda caso è sempre lei stessa a rimarcare «Gli uomini mi screditano chiamandomi la miglior artista donna… Io penso di essere semplicemente uno dei migliori artisti». E per finire, anche una pittrice apparentemente proiettata verso la realtà esterna in quanto pioniera della natura morta, Clara Peeters ‒ a cui è dedicata la prima personale femminile del Prado in duecento e più anni di attività ‒ non rinunciava alla tentazione di inserire dei minuscoli ritratti di se stessa all’interno dei quadri, camuffati tra una mela e un mandarino o riflessi sulla superficie di un piatto d’argento.

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Tamara de Lempicka, Autoritratto

«Gli uomini dipingono le donne e le donne dipingono se stesse» sembra allora non essere l’ennesimo commento ottuso e maschilista. Ma perché le donne dipingono se stesse? Rispondere «Perché gli uomini sono brutti» non mi pare sufficiente né vero. Sembra che ci sia, insita in noi donne, la necessità di analizzarci, indagare la nostra interiorità, riflettere su come appariamo. Studi sull’utilizzo di Instagram lo descrivono come un mezzo rivoluzionario perché dà la possibilità di auto-rappresentarsi, di fornire l’immagine di noi che più ci appare vera, di creare, in alcuni casi come quelli dei VIP, una narrazione di sé che differisce da quella imposta dai media. «Come appaio?», «Cosa vedono di me dall’esterno?» sono domande attraverso cui costruiamo la risposta al più generale «Chi sono io?». 

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Gina Beavers, Cake

Ecco allora che l’autoritratto come riflessione su se stessi e sul proprio posto nel mondo acquisisce rilevanza, e non stupisce che delle «20 artiste donne che stanno sviluppando l’arte figurativa», secondo un articolo pubblicato il 10 giugno su Artsy Editorial, più della metà si occupa o si è occupata di autoritratti, mentre tra settembre e ottobre si svolgeva a NY una mostra dal titolo «Self-reflection – 21 female artists addressing auto-portraiture». Se dipingere qualcosa vuol dire imporre il proprio sguardo su un pezzo di mondo e farlo nostro nel tentativo di riprodurlo attraverso il filtro della propria soggettività, ritrarre se stessi è la maniera più efficace per mettere in discussione, costruire e affermare l’identità di ognuno. In un mondo in cui la realtà è sempre stata modellata dall’occhio dell’uomo e i canoni della femminilità imposti dalla sue preferenze, è facile capire come il primo istinto di un’artista donna sia quello di rivendicare se stessa, il proprio corpo, la propria sessualità. Così fanno Sanam Khatibi, Becky Kolsrud, Tschabalala Self, Alejandra Hernandez, Grace Weaver, Gina Beavers, Hayv Kahraman, Louisa Gagliardi, Mira Dancy e altre artiste già descritte. In particolare, Haidi Hahn sottolinea: «Ultimamente sto cercando di raccontare una storia specifica, scegliendo di ritrarre donne nel loro essere quotidiano, prive di artificiosi abbellimenti o esplicita sessualità. Alle figure è permesso semplicemente essere, piuttosto che inscenare la classica rappresentazione di nudità e provocazione» .

Come Suzanne Valadon (1865-1938) faceva con i suoi disegni in cui i nudi femminili erano impegnati in azioni quotidiane ed «erotic-free», così le artiste moderne negano o mettono in discussione il piacere voyeuristico dell’uomo nei confronti del nudo artistico e presentano un corpo in cui la funzione sessuale è solo una tra tante.

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Suzanne Veladon, Nude getting into the bath beside the seated grandmother

Mi chiedo però quale sarà il prossimo passo: una volta conquistateci il diritto di autodefinirci e rappresentarci, poseremo lo sguardo altrove, ad esempio sugli uomini? 

Mi piacerebbe che per una volta si ribaltassero i ruoli e fosse lo sguardo femminile a presentarci la realtà maschile, mostrandocene un lato che solo gli occhi della donna – in quando madre, compagna, figlia – può pienamente raggiungere ed esprimere.

 

 

 

In copertina: Frida Kahlo, Autoritratto con i capelli tagliati.

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