I Medici e The Young Pope: la televisione italiana conquista l’estero

Se consideriamo le recenti produzioni, è ormai chiaro come il mondo dinamico delle serie TV abbia definitivamente surclassato e attratto più pubblico di quello parzialmente atrofizzato del cinema attuale. Il fenomeno ha colpito da qualche anno pure la televisione italiana, anche se solo alcuni canali hanno dato prova di ciò: infatti, mentre le produzioni Rai sembrano non aver ancora raggiunto la qualità di quelle estere, con le solite, banali e zuccherose fiction come la longeva Don Matteo, la pay tv Sky ci ha regalato delle serie televisive di grande impatto di pubblico e critica, innovative e di gran pregio, come per esempio Gomorra e  Romanzo Criminale. Alcuni dei prodotti televisivi di questa rete sono stati anche trasmessi all’estero dove hanno conquistato buona fama, ma nessuna produzione televisiva italiana è stata mai pensata e creata direttamente per il mercato internazionale, almeno fino al 2016. Questo autunno, infatti, hanno debuttato quasi in contemporanea due serie televisive nate dalla collaborazione tra produzioni italiane ed estere,  girate in lingua inglese e trasmesse rispettivamente da Rai e Sky: parliamo de I Medici The Young Pope. La prima è il  prodotto della collaborazione tra la francese Wild Bunch e l’italiana Lux Vide, mentre la seconda è nata dal lavoro congiunto della francese Canal+, dell’americana HBO e dell’italiana Wildside: nomi che dimostrano l’obiettivo di imporsi anche al di fuori dei confini italiani, scopo confermato ulteriormente dalla presenza di  interpreti di spicco internazionale, come il due volte premio Oscar Dustin Hoffmann e  il celebre attore britannico Jude Law.

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Immagine tratta da Tvzap

I Medici, in originale con il  sottotitolo Masters of Florence, racconta le vicende di Cosimo Il vecchio De Medici (il nonno del più celebre Lorenzo, detto il Magnifico), primo membro della celebre famiglia di banchieri che acquisterà grande prestigio nella Firenze rinascimentale. Le prime puntate si snodano tra scene ambientate nel presente, l’anno 1429, quando Cosimo deve fare fronte all’improvvisa morte del patriarca e leader della famiglia, Giovanni, prendendo le redini dell’attività della celebre banca, e alcuni flashback di vent’anni prima, in cui vediamo il protagonista che in giovane età viene introdotto controvoglia negli affari di famiglia, ostacolato nella sua innata predilezione per l’arte, giudicata fonte di distrazione dai suoi doveri. La serie, che consta di 8 puntate, racconta in modo lucido e intrigante le vicende storiche di una famiglia che ha fatto la storia del Rinascimento italiano, tra inganni, amori, mecenatismo, strategie finanziarie e battaglie tra repubbliche. Lo sfondo è quasi sempre la quattrocentesca Firenze in cui spicca il Duomo, privo ancora della cupola del Brunelleschi, che figura anch’egli nella serie. Per quanto riguarda i personaggi, è  interessante e innovativa la scelta di dare ampio spazio anche a quelli  femminili, che molte volte rubano la scena al protagonista, come Contessina De Bardi, la moglie di Cosimo, forse la figura più tridimensionale. Gli altri personaggi comprimari, invece, hanno una buona caratterizzazione ma non sempre evolvono nell’arco della storia. La serie qualitativamente è sicuramente un prodotto notevole sotto diversi punti di vista ed è stata molto attesa anche per una considerevole pubblicizzazione, che ha richiamato l’attenzione sulla fiction  già prima della messa in onda, grazie per esempio alla partecipazione di attori già noti al grande pubblico, come Richard Madden, star di Game of Thrones, che qui riveste i panni del protagonista. Sebbene  il cast sia soprattutto estero, trovano spazio anche talenti italiani, come l’ottimo e ormai lanciato Guido Caprino, o la giovane e talentuosa Miriam Leone. I costumi, nonostante alcune critiche a  proposito della loro cupezza apparentemente poco rinascimentale, sono verosimili e ben realizzati, mentre la regia sobria e incalzante di Sergio Mimica-Gezzan è adatta a confezionare un prodotto mainstream fruibile da un pubblico mondiale. La critica più grossa alla serie è stata mossa per le inesattezze storiche, anche se essa è molte volte fine a se stessa, dal momento che le piccole e mai ingombranti licenze poetiche sono utili a rendere la narrazione più attraente e meno statica, senza romanzare mai eccessivamente: una delle grandi doti della fiction infatti è il procedere svelto della storia senza lasciare spazio alla lentezza. Una serie leggera e godibile, che in fondo rappresenta il tentativo italiano di rispondere alle grandi produzioni americane d’avventura come il già citato Game of Thrones, scendendo in campo con l’arma nostrana più efficace, la cultura.

The Young Pope, invece, oltre al cast stellare e una produzione di tutto rispetto, è il primo progetto televisivo del regista italiano Paolo Sorrentino, premio Oscar nel 2014 per La grande bellezza, e ciò ne fa una vera e propria serie-evento. L’incipit della vicenda è molto semplice: viene eletto un nuovo Papa, l’americano Lenny Belardo, di soli 47 anni, interpretato dal bravissimo Jude Law. I risvolti, però, sono totalmente inaspettati: il giovane neoeletto  Pio XIII decide di mettere in atto una rivoluzione del clero non di stampo innovativo, bensì molto conservatore e antiquato, attuando una vera e propria chiusura della Chiesa verso il popolo dei fedeli, colpevoli a suo dire di essersi allontanati da Dio. Inizialmente ci viene mostrato un Papa imperturbabile e diabolico, che nega l’esposizione della sua figura e la sua presenza ai mass media e al mondo intero, che condanna fortemente l’omosessualità e l’aborto e che declama una prima omelia piena di disprezzo verso tutti i fedeli: un personaggio, insomma, per cui lo spettatore fa fatica a provare empatia. Anche per questo motivo i primi episodi possono sembrare pretenziosi o caratterizzati soltanto da un’eccessiva dimostrazione stilistica del regista, facendo dubitare su quale sia il vero scopo della serie, nel caso ve ne fosse realmente uno. Tuttavia dalla quarta puntata sono proprio i personaggi a divenire il vero punto forte della produzione: non ne vedevamo  di così umani, reali e originali da molto tempo nel cinema, e raramente è accaduto nel mondo della televisione. Anche il protagonista scopre il suo lato fragile e sensibile legato ai traumi dell’infanzia e, a questo punto,  facciamo fatica a non immedesimarci in lui. Inoltre anche i comprimari bucano decisamente lo schermo, come lo spietato e ricattatore segretario di stato, Cardinale Voiello, tifoso sfegatato del Napoli che identifica i Santi con i giocatori storici della squadra, interpretato da Silvio Orlando che qui ci dona uno dei personaggi migliori della sua intera carriera; oppure l’ attrice Diane Keaton  che riesce a commuoverci nei panni della figura materna del protagonista, Suor Mary. Non dimentichiamo neppure gli altri interpreti, come James Cromwell, Cecile De France e Scott Shepherd, che ci donano una grande lezione di umanità. La critica maggiore rivolta alla serie è stata l’accusa di lentezza, necessaria invece per lo stile soave ed illuminato del regista e che non appesantisce per niente il ritmo, ma dona maggior spessore alla storia. La regia, per l’appunto, è un’altro grande pregio che rende un gioiello tutta la produzione, grazie a un Paolo Sorrentino più ispirato che mai che ci avvolge nel suo stile a volte onirico, simbolistico e ricco di influenze disparate. L’intento della serie infine, non è quello di muovere una feroce critica alla Chiesa, ma è molto più di ampio respiro,  ovvero farci comprendere quanto siano fondamentali i sentimenti e le emozioni che ci rendono umani.

Se dovessimo fare un confronto tra le due grandi e importanti produzioni quindi, potremmo dire che I Medici  vince per aver confezionato un vero e proprio prodotto di intrattenimento internazionale che ha finalmente elevato il livello e la qualità della Rai, mentre The Young Pope vince per aver mantenuto la promessa di creare una serie televisiva d’autore che potesse essere apprezzata anche dal grande pubblico. I notevoli ascolti provano che i telespettatori sono  rimasti più che soddisfatti dai due esperimenti, nonostante la critica si sia divisa più volte. I vincitori effettivamente sono due, ma in realtà possiamo parlare anche soltanto di un unico primo posto riservato alla televisione italiana. Dove il cinema fa fatica ad aprirsi al mondo estero e mantiene una connotazione nostrana, la televisione ci dimostra che il grande talento dello spettacolo italiano è ancora uno dei più apprezzati in tutto il mondo. Queste due serie televisive, quindi, potranno forse essere il trampolino di lancio definitivo per nuove e fruttuose collaborazioni sia oltreoceano che in Europa, ricordandoci quanto una volta Cinecittà non avesse niente da invidiare a Hollywood.

Immagine in evidenza presa da Movieplayer

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