Le nutrici della lingua: è la madre che ci insegna a comunicare

La comunicazione è donna? Il linguista Noam Chomsky parla del linguaggio verbale umano come di un sistema cognitivo specifico e innato. Sostiene che il linguaggio sia costituito dallʼinsieme di conoscenze mentali interiorizzate dal parlante che gli consentono di produrre messaggi nella propria lingua. Tali conoscenze vengono definite «competenze»: sono interne alla mente umana, in larga misura inconsce, individuali e innate, dato che appartengono al corredo genetico dellʼindividuo.
Oggi, in realtà, siamo ben consapevoli, alla luce degli studi di psicolinguistica, dell’importanza dei primi modelli educativi in mano alle madri e alle nutrici. È ampiamente riconosciuto, infatti, che lʼacquisizione delle conoscenze avviene in risposta agli stimoli prodotti dallʼambiente, in primo luogo dalla famiglia, e che alla nascita la mente umana si presenta come una sorta di tabula rasa provvista solo di una predisposizione genetica allʼapprendimento, in cui la figura femminile svolge un ruolo fondamentale.

Ciò si può notare già nellʼiconografia cristiana: lʼimmagine di Maria che impugna la tavola e insegna a leggere le lettere dellʼalfabeto al piccolo Gesù o l’immagine di S. Anna che insegna a leggere a Maria (in copertina) vanno viste come un riflesso di pratiche quotidianeLa possiamo considerare una delle tante testimonianze che, già dal mondo classico, ci rendono consapevoli dellʼimportanza dei primi momenti educativi in mano alle madri e alle nutrici.

Nellʼantica Roma, in realtà, il concetto di lingua materna non era oggetto di riflessione e quindi non aveva alcuna rilevanza teorica: il latino per i romani era il sermo patrius, la lingua dei senatori e quindi la lingua dello stato. Per questo motivo è necessario distinguere nettamente il sermo patrius dal sermo maternus anche sul piano dei sessi: il primo infatti era prerogativa del genere maschile, il secondo del genere femminile. Il sermo patrius, cioè il latino, era la lingua della scuola appresa da uomo a uomo, mentre il sermo maternus era la lingua della famiglia: universale, orale e naturale proprio per sua stessa natura.

Ma già Dante, nel primo libro del De Vulgari Eloquentia, aveva analizzato con grande acume il legame che sussiste tra donne, popolo e lingua volgare:

Ma, poiché nessuna dottrina ha l’obbligo di dimostrare l’esistenza e l’essenza del proprio soggetto, bensì quello di spiegarlo in tutti i suoi aspetti, perché si sappia che cos’è ciò di cui tratta la nostra dottrina diciamo rapidamente che chiamiamo parlar volgare quello che i bambini acquisiscono con l’uso da chi si prende cura di loro quando cominciano ad articolare le parole; ovvero, come si può dire più in breve, definiamo parlar volgare quello che assorbiamo, al di fuori di qualunque regola,imitando la nutrice. Abbiamo poi un altro linguaggio, di secondo grado, che i Romani hanno chiamato “grammatica”. Questo linguaggio di secondo grado lo possiedono i Greci e altri popoli, ma non tutti: pochi infatti arrivano a padroneggiarlo, dato che non riusciamo a farne nostre le regole e a divenirne esperti se non col tempo e attraverso uno studio assiduo.

Qui Dante delinea con estrema lucidità le nozioni di latino e volgare. Il poeta sostiene che la lingua materna è quella che i bambini parlano in casa grazie alla nutrice, e la grammatica invece è prerogativa di pochi essendo conosciuta solo da chi ha la possibilità di imparare le sue regole.  Lʼopposizione tra le due funzioni di linguaggio della lingua volgare e latina è netta; la prima è naturale in quanto appresa spontaneamente dal bambino e quindi non possiede regole. La grammatica, invece, viene appresa attraverso lo studio di regole artificiose proprio perché non è fondata sullʼusus naturale ma sulla ratio.

Quella di Dante è anche una riflessione qualitativa: egli si sofferma molto sullʼaspetto di naturalità della lingua; preferisce il volgare perché fu la prima lingua che venne usata dal genere umano e perché tutti, indistintamente, la utilizziamo come linguaggio naturale.

Anche il carattere femminile del destinatario rivoluziona e accompagna lo sviluppo del volgare in letteratura: all’interno del nuovo pubblico la lingua è concepita come femminile, materna. Non a caso nella poesia trobadorica le donne divengono il centro di un nuovo sistema linguistico e culturale. Si può, in effetti, cogliere una stretta correlazione tra destinatario, tematica della poesia e lingua utilizzata. Le donne che leggono e che ascoltano la lettura popoleranno poi soprattutto i testi di Boccaccio, in cui la figura femminile a volte viene a essere, nel contempo, voce narrante, soggetto del racconto e destinatario.

Tutto questo riconduce al primato dell’oralità e della voce femminile. È fondamentale riconoscere il ruolo svolto dalle nutrici come prime figure di trasmissione di conoscenze e insegnamento: la cultura linguistica è femminile per il canale attraverso il quale si trasmette.

Immagine in evidenza: S. Anna insegna a leggere alla Vergine, affresco del Pinturicchio, XV secolo, Chiesa di S.Onofrio, Roma.

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