Il terremoto: distruttore di vite e di cultura

Paura, shock e panico. La terra trema di nuovo la mattina del 30 ottobre 2016.
Questa volta, però, la magnitudo è di 6,5, la più forte nel Centro Italia dal 1980 e viene percepito in tutta la penisola, mentre l’epicentro è a 10 km di profondità vicino Norcia.
Fortunatamente non ci sono state vittime, ma comunque molti feriti. Si temono, inoltre, più di 100mila sfollati.

Questo il quadro generale in cui si vanno poi ad inserire, ad aggravare ulteriormente la situazione, diversi danni ad opere storiche e culturali.

La pagina Facebook ArcheoPop ci dà questa notizia riguardante Orvieto: «Al Museo Etrusco “Claudio Faina” si fa la conta dei danni: otto pezzi tra vasi e piatti etruschi risultano danneggiati in modo grave. Altri reperti sono stati spostati o rovesciati dalle oscillazioni ma hanno riportato danni minori».

La città che viene veramente colpita al cuore, però, è Norcia, che subisce il crollo della Basilica di S. Benedetto e della cattedrale di S. Maria argentea, delle quali restano in piedi parte delle facciate e delle strutture. Inoltre le scosse hanno dato il colpo di grazia anche alla chiesa di S. Francesco e a quella dedicata a S. Rita.
Norcia si ritrova così in ginocchio: tutto il centro storico è stato evacuato e il vicesindaco Altavilla dichiara che non sa quando sarà possibile rimetterlo in piedi.

Credits: La Repubblica
Credits: La Repubblica

La basilica di S. Benedetto era riuscita a resistere alle scosse avvenute alla fine dell’estate, ma non a quelle di questa settimana.
Antonia Pasqua Recchia, segretario del ministero dei Beni culturali che guida la task force tra Lazio, Marche e Umbria, in unintervista con La Stampa lo stesso 30 ottobre racconta che non sarebbe stato possibile fermare il crollo della basilica nè mettere in sicurezza l’area.
«Eravamo lì venerdì, subito dopo il terremoto del 26 ottobre per tentare di capire come intervenire e metterla in sicurezza» racconta, ma spiega anche che non sarebbe stato possibile mettere in sicurezza l’edificio più di come è stato fatto perché sarebbe stato pericoloso per gli addetti ai lavori. Già dopo le scosse del 26 la cupola era piena di lesioni e fratture e si temeva un crollo durante i lavori di messa in sicurezza che sarebbero stati lunghi.
Il segretario, poi, continua: «Parliamo di un sopralluogo avvenuto ventiquattro ore dopo la scossa del 26 e di un intervento organizzato dopo quattro giorni. In casi del genere la messa in sicurezza non è semplice e dobbiamo sempre tenere presente che ci sono delle persone a intervenire. Se la scossa di stamattina fosse arrivata venerdì o lunedì avrebbe messo in serio pericolo chi era al lavoro. Ci stiamo provando con tutte le nostre forze e l’amore per i beni culturali ma bisogna essere razionali e capire che non ci troviamo di fronte a una scossa ma a un terremoto continuo e in molti casi i Vigili del Fuoco non ci permettono nemmeno di entrare nei luoghi».

Il sisma poi ha causato danni in oltre 200 Comuni, tra cui anche alla nostra capitale, Roma: per esempio alla cupola capolavoro del Borromini nella chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza, ma anche nelle chiese di San Paolo e San Lorenzo, che fortunatamente sono già state riaperte al pubblico dopo i sopralluoghi dei tecnici. Sono in corso anche delle verifiche al Colosseo e ai Fori, oltre che al Vaticano e alle Basiliche Pontificie, dove però al momento non sono segnalati danni.

Un’altra pietra miliare della nostra storia che subisce gravi conseguenza da questo sisma è il «Colle dell’Infinito» a Recanati. La scossa ha aperto una profonda fessura nel rilievo, ispirazione del giovane Leopardi e simbolo della città.
Il Fatto Quotidiano riporta le parole del sindaco di Recanati che dice: «La fessura ha messo in evidenza come lo scivolamento a valle, provocato da una grave debolezza idrogeologica, ha provocato danni forse irreversibili»

Credits: Corriere Della Sera
Credits: Corriere Della Sera

Quando succedono questi eventi è difficile trovare la forza per reagire e, soprattutto, mettere in pratica le misura adeguate per una ricostruzione veloce e in grado di resistere a nuovi terremoti. Eppure è proprio quello che bisogna fare, nonostante le numerose difficoltà: rialzarsi subito  e ricostruire ciò che è stato distrutto.
Così è stato per quanto fatto ad Assisi dopo il terremoto del 26 settembre 1997 per la ricostruzione della Basilica di San Francesco gravemente danneggiata, un lavoro esemplare a tal punto da far parlare di «modello umbro» da seguire in queste situazioni. La ricostruzione, infatti, è avvenuta in tempi record: già per l’anno giubilare del 2000 la basilica era stata riaperta, anche se i lavori non erano completamente finiti ( il restauro è terminato il 5 aprile 2006 con l’inaugurazione della vela di San Matteo e del cielo stellato).
In questo caso non si è perso tempo: subito dopo il crollo sono stati raccolti più di 300.000 frammenti che sono stati poi classificati in base al colore, alle sfumature e alla tecnica per poter riconoscere l’opera a cui appartenevano; successivamente si è passati al riconoscimento fotografico e all’analisi dei punti di frattura. La basilica di San Francesco è rimasta chiusa fino al 29 novembre 1999, con una spesa totale di restauro di 72 miliardi di lire.
Il New York Times, in un articolo del 1999, ha definito i lavori di ricostruzioni come un «modello di velocità e cooperazione quasi “superumana”», facendo, però, poi notare con tono fortemente polemico che, dopo tre anni, ancora più 10.000 persone vivevano in container .

Le opere che vengono danneggiate da questo tipo di terremoti sono sempre tantissime, ma insieme a queste non vanno dimenticate nemmeno le persone che sono state colpite da questa catastrofe e che adesso si trovano con la loro casa dichiarata inagibile e una disperata richiesta di aiuto.
Il sisma non colpisce solo le abitazioni, i monumenti e gli oggetti, ma provoca danni alle vite delle persone: come crollano gli edifici, crollano le speranze e le sicurezze avute fino a quel momento; ci si sente spaesati e l’unica cosa che si vuole è poter rientrare nelle proprie case per riprovare quella sensazione di protezione e calore che è stata portata via.

L’unica cosa che si può sperare, e pretendere anche sotto un certo punto di vista, è che chi di dovere agisca in tempi brevi e si preoccupi sia di riportare le persone ad una normale condizione di vita sia, successivamente, le opere d’arte e i monumenti al loro originario splendore, prendendo anche come esempio quanto fatto in occasione del terremoto del 1997 ad Assisi.

Immagine in evidenza credits: Newsly

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