La Fallaci dalla parte delle donne e della pillola anticoncezionale nel nuovo inedito

«Udrai molto parlare di libertà. Qui da noi è una parola sfruttata quasi quanto la parola amore che, te l’ho detto, è la più sfruttata di tutte. Incontrerai uomini che si fanno fare a pezzi per la libertà, subendo torture, magari accettando la morte. Ed io spero che sarai uno di essi. Però, nello stesso momento in cui ti farai straziare per la libertà, scoprirai che essa non esiste, che al massimo esisteva in quanto la cercavi: come un sogno, un’idea nata dal ricordo della tua vita prima di nascere, quando eri libero perché eri solo. Io continuo a ripetere che sei prigioniero lì dentro, continuo a pensare che hai poco spazio e che d’ora innanzi starai perfino al buio: ma in quel buio, in quel poco spazio, tu sei libero come non lo sarai mai più in questo mondo immenso e spietato. Non devi chiedere permesso a nessuno, aiuto a nessuno, lì dentro. Perché non hai accanto nessuno ed ignori cosa sia la schiavitù. Qui fuori, invece, avrai mille padroni. E il primo padrone sarò io che senza volerlo, magari senza saperlo, ti imporrò cose che sono giuste per me non per te. Quelle belle scarpine, ad esempio. Sono belle per me ma per te? Griderai ed urlerai quando te le infilerò. Ma io te le infilerò lo stesso, magari sostenendo che hai freddo, e un po’ alla volta ti ci abituerai. Ti piegherai, domato, fino a soffrire se ti mancheranno. E questo sarà l’inizio di una lunga catena di schiavitù».

Lettera ad un bambino mai nato, Milano: Rizzoli, 1975.

Un incommensurabile amore per la libertà, quello di Oriana Fallaci. Agguerrito ma trionfante su ogni dolore, crudelmente beffardo con le convenzioni, perdutamente innamorato della vita. Quanto, quanto era bello il suo amore per la libertà.

Maggior successo della scrittrice fiorentina prestata – per nostra fortuna – al giornalismo, Lettera ad un bambino mai nato è oggettivamente lo scritto che più di ogni altro dimostra il suo amore per libertà. Osannato e criticato, provocatorio ma sminuito, il testo scorre veloce sotto forma di un tragico monologo, dove la voce di una donna senza nome né volto guarda alla maternità non come a un dovere ma come ad una scelta. Il lettore può esserne ingannato, e aspettarsi fin dalle prime pagine di assistere allo sfogo femminista di una giornalista che vuol far valere la propria posizione. In realtà non è affatto così: il libro ha il pregio di trattare la spinosa questione dell’aborto senza proporre una soluzione. Basta volere un figlio per costringerlo alla vita? Nascere è anche un suo desiderio? Gli piacerà questo mondo dove la libertà è un sogno, la sopravvivenza una violenza e l’amore una parola dal significato oscuro? Domande senza risposta, cerchi che non si chiudono, interrogativi radicati nella parola «donna».

La copertina della prima edizione di Lettera ad un bambino mai nato
La copertina della prima edizione di Lettera ad un bambino mai nato.

Doveva realizzare un’inchiesta sull’aborto, secondo quanto commissionatole dell’allora direttore dell’Europeo Tommaso Giglio. Ma quando dopo sei mesi, la Fallaci si presentò alla redazione del settimanale, non consegnò un reportage, ma un fascio di fogli destinato a diventare l’ossatura di un best seller di fama mondiale (dati alla mano, Lettera ad un bambino mai nato conta ben due milioni di copie vendute in Italia e due milioni e mezzo nel resto del mondo). Oggi, a distanza di dieci anni dalla morte dell’autrice, alcune pagine di quel dattiloscritto autografo sono state pubblicate in esclusiva da Panorama sul numero uscito in edicola il 22 settembre. Tratto dal Fondo Fallaci, ovvero l’archivio donato dal nipote della scrittrice Edoardo Perazzi al Consiglio regionale della Toscana, il documento affronta il tema della pillola anticoncezionale e racconta la storia di un aborto spontaneo. Difficile stabilire la precisa data di stesura ma, secondo alcuni indizi temporali e nel rispetto di una confessione dello stesso Perazzi, il testo risalirebbe al biennio 1971-1972, vale a dire gli anni della lotta per la libertà sessuale. Se si considera che l’amore tra la Fallaci e Alekos Panagulis sbocciò intorno al 1973, si deve escludere che il politico rivoluzionario greco sia il padre del bambino mai nato dell’autrice, come in molti invece hanno sempre pensato finora.

Comunque sia, la questione riguarda i biografi. Quello che realmente conta sono le parole della Fallaci. Com’è noto, le posizioni della giornalista sulle questioni etiche hanno sempre innescato un putiferio. Dalla prima all’ultima. È sufficiente ricordare le sue dichiarazioni nei confronti dell’eutanasia: «La parola eutanasia è per me una parolaccia. Una bestemmia nonché una bestialità, un masochismo. Io non ci credo alla buona-Morte, alla dolce-Morte, alla Morte-che-Libera-dalle-Sofferenze. La Morte è morte e basta»; o sulla procreazione assistita: «Sono innamorata, io, della vita. Ma a guarire i miei cancri iniettandomi la cellula d’un bambino mai nato mi parrebbe d’essere un cannibale»; o contro il testamento biologico: «È una buffonata. Perché nessuno può predire come si comporterà dinanzi alla morte». Posizioni, queste e in parte altre, inequivocabilmente pro-life che avevano fatto sì che l’autrice – che ricordiamolo, si era sempre dimostrata fortemente anticlericale – avesse trovato il sostegno dell’allora ammiratissimo Ratzinger.

Ma Oriana non era in grado di pensare per categorizzazioni. Fremeva dall’urgenza di essere sempre ed immancabilmente sincera. E nel documento oggi riemerso, la scrittrice si schiera a favore della pillola anticoncezionale, dichiarando di non capire «perché un anticoncezionale complichi i rapporti sessuali. Semmai li semplifica, li rende più liberi e giocosi», pur avendo esordito confessando di non averne mai fatto uso, «perché con la stessa intensità con cui ho sempre detestato e rifiutato il contratto matrimoniale, ho sempre desiderato avere un figlio». Ma come poi conclude, il suo caso «non conta ed è semmai l’eccezione che conferma la regola, visto che la stragrande maggioranza della donne ha il problema inverso: limitare o impedire la gravidanza». Fare uso di anticoncezionali non è però, e non lo sarà mai, una scelta da poco. Per la giornalista la pillola è addirittura una forma, seppur necessaria, di aborto: «Il vero aborto è la pillola. Ancor prima del modo di interrompere civilmente una gravidanza non voluta, la società deve essere in grado di evitare un concepimento non voluto».

Necessaria, perché sebbene avesse affermato a più riprese che vivere è pur sempre preferibile al soffrire e «nascere è meglio di non nascere», l’autrice sosteneva a spada tratta il sacrosanto diritto di una donna di poter scegliere. Oriana era per la pillola per le stesse ragioni per cui sosteneva l’aborto o il divorzio, vale a dire perché la pillola possa essere usata semplicemente da chi ne ha bisogno. Anzi, mi correggo: non semplicemente – dato che niente è semplice quando si cerca di affrontare questi argomenti – ma liberamente. Liberamente perché per tutta la vita Oriana Fallaci non ha fatto altro che insegnarci a credere nella libertà, ad esserne innamorati, ad esserle devoti. Ce lo ha insegnato puntandoci il dito contro, uno ad uno, sfidandoci ad alzare gli occhi, a vivere a testa alta, perché «la libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere». Oriana era per un’umanità libera. Libera, anche e primariamente, di scegliere se essere madre. Ed oggi, che ancora si combatte per questa libertà come la Czarny Protest polacca ci ha ben ricordato, la voce di Oriana Fallaci manca. Manca tantissimo.

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