Niente premi alle scrittrici! Se la letteratura è maschilista

Pochi giorni fa mi sono imbattuta nellʼarticolo dellʼeditore Luigi Spagnol, uscito lo scorso 11 ottobre sul sito Il Libraio, dal titolo Maschilismo e letteratura, cosa ci perdiamo noi uomini?, spunto di riflessione molto interessante. Si tratta infatti di una constatazione di quanto lʼambiente letterario sia maschilista, scritta considerando in particolare lʼinfluenza delle voci femminili nella storia della letteratura. Lʼanalisi si concentra su due aspetti: la presenza di scrittrici vincitrici di premi letterari di prestigio (quali il Nobel, lo Strega, il Pulitzer e il Booker) e le classifiche di vendite della narrativa, dalle quali emerge il fatto che, mentre le donne vendono di più degli uomini, esse sono quasi assenti (con una proporzione di quasi 1 su 5) dalle premiazioni più importanti di Europa e America.

A quanto pare, quindi, nonostante i libri scritti da donne siano apprezzati dal pubblico, probabilmente non sono considerati abbastanza «di qualità» e le autrici non abbastanza influenti sul panorama letterario da meritare un riconoscimento ufficiale. Lʼeditore conclude con unʼammissione di colpa, parlando da uomo agli altri uomini ed esortandoli a considerare di più le proprie colleghe dellʼambiente letterario. Probabilmente lo stesso articolo, scritto da una donna, sarebbe stato accusato di invidia e di vittimismo, invece la lucida analisi di Spagnol, venendo dalla parte dei «carnefici», risulta obiettiva e aiuta ad aprire gli occhi su una situazione confermata dai dati.

La riflessione di Spagnol mi ha condotto a interrogarmi sulla mia personale conoscenza di scrittrici donne e ho constatato con amarezza che sono davvero poche quelle che considero fondamentali nella mia libreria mentale. Perché, nonostante io sia una giovane donna, mi riconosco di più nella visione del mondo data dagli scrittori uomini? La cultura maschilista fa così parte di me da considerare la visione femminile come parziale? Questa sembrerebbe essere lʼunica conclusione possibile. Studio Lettere ormai da tre anni, e nel mio percorso di studi mi è capitato veramente poche volte di studiare in modo approfondito le opere di alcune scrittrici o che mi venisse chiesto di affrontarle in monografia.

Grazia Deledda (1871-1936) (immagine presa da Wikipedia)
Grazia Deledda (1871-1936)

Per un esame di Letterature comparate (tenuto da un professore, uomo) ho dovuto leggere una decina di romanzi scritti in epoca contemporanea, quindi quando ormai di donne in letteratura ce ne sono parecchie, ma il numero di romanzi femminili presente nel programma dellʼesame era pari a zero. E il copione si è ripetuto in quasi tutti gli esami di letteratura che ho affrontato. Infatti, sin dai programmi scolastici, la presenza di nomi femminili nella storia della letteratura è scarsa o comunque tenuta in scarsa considerazione. Si pensi, per esempio, a Grazia Deledda, vincitrice del premio Nobel per la letteratura nel 1926, che, se tutto va bene, viene solamente citata nelle antologie scolastiche, mentre il suo collega Verga si studia in modo molto approfondito, considerandolo una delle voci più influenti del Verismo.

Quindi alla domanda che si pone anche lʼeditore: la letteratura è maschilista? Concordo con la risposta che essa non lo è, ma lʼeducazione sì. Credo, quindi, che lʼassenza di donne ai vertici della letteratura mondiale e la loro scarsa considerazione come nomi influenti nella cultura letteraria siano una conseguenza dellʼeducazione maschilista che ognuno di noi riceve a scuola e fuori da scuola. La cultura in generale è maschilista, quindi sarebbe difficile credere che lʼambiente letterario sia unʼisola felice in cui questo fenomeno sia assente. Sinceramente trovo un dato molto positivo il fatto che, dal punto di vista delle classifiche, i libri delle scrittrici vendano meglio di quelli dei loro colleghi uomini. Questo forse è un segno di speranza per un futuro in cui i grandi nomi della letteratura saranno equamente suddivisi tra i due sessi. Come sempre, il punto di partenza devʼessere lʼeducazione, in cui la visione del mondo femminile non devʼessere ritenuta come il punto di vista di una minoranza, ma espressione di unʼidea di individuo che può accattivare anche un pubblico maschile e può essere in grado di rappresentarlo a pieno, come spesso autori uomini riescono a descrivere lʼuniverso femminile quasi fosse loro. Solo grazie a unʼeducazione letteraria che considera universali le idee portate avanti dalle donne e in cui queste siano equamente rappresentate nei programmi scolastici e universitari, le persone saranno spontaneamente indotte a tenere in più alta considerazione la letteratura femminile. Ora come ora le persone sono abituate a vedere il mondo solo attraverso le parole di scrittori uomini, e a considerare ciò lo stato naturale delle cose. È quindi come sempre lʼeducazione scolastica che deve fare il primo passo verso una cultura paritaria, per un futuro in cui lʼopinione delle donne valga quanto quella degli uomini.

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