Recensione: Harry Potter e la Maledizione dell’Erede

Oggi, sabato 24 settembre, esce in Italia Harry Potter e la Maledizione dell’Erede. Con questo libro, atteso da tutti i «potterhead» italiani (tra cui si include con fierezza l’autrice dell’articolo), prosegue la saga di Harry Potter, per mezzo di una nuova avventura che coinvolge gli amati personaggi.
Sottotitolo consigliato? «Come rovinare l’infanzia a milioni di lettori»

Premessa fondamentale: Harry Potter e la Maledizione dell’Erede non è un romanzo, bensì il copione su cui si basa la commedia diretta da John Tiffany e scritta da J.K. Rowling e Jack Thorne. Lo spettacolo ha avuto la sua prima a Londra il 30 luglio e ha accolto il favore di pubblico e critica, i quali  hanno apprezzato soprattutto la regia e gli effetti speciali, che riproducono tutta la magia del mondo creato dalla Rowling. Tutto molto bello, a quanto pare, se non fosse per il libro. Molti dubbi si sono sollevati alla notizia dell’uscita dell’opera: una semplice trovata commerciale? Non è che Rowling, facendo beneficenza a destra e a manca, sia rimasta al verde? Non vogliamo farle i conti in tasca, ma è l’unica risposta sensata a cotale abbaglio. 

«Ma cos’ha di tanto male questo benedetto libro?» chiederete voi. Ebbene, lasciatevi introdurre alla fiera delle banalità. Innanzitutto: la trama. La storia parte da dove ci eravamo lasciati: il binario 9 e tre quarti, dove un ormai adulto Harry Potter saluta i suoi figli che partono per Hogwarts. Il suo secondogenito, Albus Severus, chiede rassicurazioni al padre, poiché teme di essere sorteggiato nella casata di Serpeverde, associata alla magia oscura. Pensate un po’ voi che trovata geniale: Albus finisce proprio in Serpeverde, e… indovinate con chi fa amicizia? Col figlio di Draco Malfoy, Scorpius! (Se l’avevate indovinato: complimenti! Avete vinto il premio fantasia!). Il libro poi passa velocemente in rassegna gli anni successivi, durante i quali Albus si rivela senza talento alcuno, una vera delusione se si pensa che è il figlio del «Ragazzo che è Sopravvissuto». La storia rallenta di nuovo al quarto anno di Hogwarts dei due ragazzi (Albus e Scorpius), quando una Giratempo viene ritrovata dal Ministero e i due decidono di impossessarsene per tornare indietro nel tempo e sistemare uno degli errori più grandi di Harry Potter, verso cui il suo stesso figlio ormai ha sviluppato un astio non indifferente. Come ogni lettore della saga sa, «cose orribili accadono ai maghi che giocano col tempo»: il buon proposito dei due giovani si rivela disastroso e richiederà l’intervento di Harry e delle vecchie glorie Ron, Hermione, Ginny e Draco. Per evitare di fare troppi spoiler, fermiamoci qui. Sappiate solo, però, che ad un certo punto spunta fuori il figlio nascosto di Voldemort. Esatto. Avete letto bene. Tra tutte le cose oscure che popolano il mondo di Harry Potter e che potevano essere assise a ruolo di malvagio, magari uscendo dal tracciato dei precedenti libri, si è scelto di andare a ripescare il buon vecchio Voldy e la sua prole. Oltre a tutto ciò, il premio per la scena più patetica va al quadro di Albus Silente che piange in un toccante faccia a faccia con Harry, durante il quale i due sciolgono i nodi rimasti in sospeso nella loro relazione. Livelli di emozione che nemmeno Beautiful. Che caduta di stile, signora Rowling.

Secondo punto dolente: i personaggi. Come già detto, l’opera è un testo teatrale, quindi ovviamente non esiste tutto l’insight psicologico che avevamo amato nei romanzi della saga, essendo le sfumature date dall’interpretazione degli attori. Questo però non scusa le scelte degli autori, che sembrano tratte da uno di quei siti di fanfiction in cui ragazzine quindicenni si inventano storie su relazioni amorose tra Silente e Gazza. Infatti in quest’opera troviamo, ad esempio, un Ron Weasley perfettamente integrato nel ruolo di «scemo del villaggio», tanto da arrivare a citare Shrek: «Meglio fuori che dentro, dico io!». Draco Malfoy, invece, per la gioia delle sue fans, è diventato maledettamente buono, come se in realtà tutta la sua malvagità fosse solo dovuta alla pressione psicologica del padre. Nella Maledizione dell’Erede lo troviamo a combattere al fianco di Harry, sorridere alla «mezzosangue» Hermione (le fanfiction sulla coppia Draco-Hermione sono le più quotate) ed essere un padre molto più comprensivo di Potter, il quale, invece, (come in tutta la saga, diciamocelo) risulta il solito babbeo che non sa cosa fare. Per quanto riguarda la seconda generazione, Albus appare una brutta copia del padre, mentre Scorpius è il suo opposto ed è l’unico personaggio un poco originale.

In definitiva quest’opera sembra un grande calderone, in cui sono stati rimescolati i libri precedenti, con un risultato scadente. Si potevano sfruttare altri spunti della saga? Certamente. Si poteva scegliere di intraprendere la strada dei «figli di» in modo più soddisfacente? Dato il talento della Rowling, sì. Non si può negare una punta di delusione, anche se forse non ci si poteva aspettare di meglio, dato l’elevato tasso di commercializzazione che ormai Harry Potter e le sue avventure hanno subìto. Nonostante questo, sicuramente ogni bambino che è cresciuto con la saga proverà un brivido sapendo che in libreria lo attenderà un’altra magica avventura: «Che bello! Apertura delle librerie alle 23.30 per l’uscita dell’edizione italiana! Quanta emozione! Chissà cosa ci aspetta!» La tomba della creatività, ecco cosa. 

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