Intervista: il burkini è a favore delle donne?

Il burkini è una sorta di costume-vestito coprente l’intero corpo ad eccezione delle mani, dei piedi e del volto, e fatto di un particolare materiale sintetico che agevola le donne musulmane che frequentano luoghi come spiagge e piscine: è infatti adatto a questi ambienti e permette loro di rimanere fedeli alla scelta di coprire il loro corpo. Questo indumento è stato ideato e creato da Aheda Zanetti, la quale ha pensato di trovare una soluzione per le donne musulmane, costrette altrimenti a indossare anche per fare il bagno i loro vestiti, a dir poco ingombranti in acqua.

Quando a Nizza è stato proibito il burkini, le autorità hanno spiegato questa scelta adducendo diverse motivazioni: è stato detto che tale modo di vestire crea disagi e tensioni con chi non è musulmano, oppure che, permettendo che le donne rimangano vestite, si asseconda l’imposizione del coprirsi da loro subita e quindi la loro sottomissione non tanto ai precetti religiosi quanto agli uomini. Focalizziamoci su questo: è giusto ridurre il burkini a solo simbolo di controllo maschile sulla donna, a mezzo di sottomissione e costrizione? La scelta di alcune donne di indossare il burkini o il velo, di coprire il loro corpo insomma, da dove deriva? È il risultato di una decisione imposta o fatta autonomamente? Abbiamo chiesto a Sveva Basirah Balzini, fondatrice del blog Sono l’unica mia e convertita all’Islam, cosa ne pensa del burkini e, più in generale, della condizione odierna della donna musulmana.

Per andare al mare o in piscina usi il burkini? Perché?

L’abbigliamento islamico è semplicemente coprente. Non tutte le musulmane decidono di adeguarsi ad esso, ognuna ha il suo modo di praticare (o di non farlo), ma chi lo sceglie solitamente utilizza il burkini per andare al mare. Io lo userei perché mi ritengo praticante, e inoltre non ho mai tratto particolare soddisfazione da un bikini o da, in generale, un abbigliamento meno coprente. Adesso sto mettendo soldi da parte per comprarmene uno davvero carino per il prossimo anno. Praticando l’apnea, quest’anno non sono andata in spiaggia e ho fatto la sub per mare con una tuta più spessa del burkini, ma fatta dello stesso materiale, il poliestere (comodissimo e traspirante).

A chi dice che il burkini è simbolo della  sottomissione della donna cosa risponderesti?

Il burkini, come il velo e come l’abbigliamento islamico, non significa sottomissione all’uomo. Qualcuno potrà dire che è sessista che le donne si coprano meno degli uomini, ma quel che ci copre impedisce a chi ci sta di fronte di valutare tutto quel che non abbiamo da dire. Anche ai tempi del Profeta il problema del maschilismo era imperante e la bellezza, a una donna, come oggi in certe zone del mondo, serviva giusto per sposarsi giovane. Introducendo l’obbligo religioso della copertura e molti diritti, gli uomini hanno dovuto far i conti con un messaggio forte: guardami negli occhi, ascoltami, perché non sono merce da guardare e spogliare con gli occhi. Comunque, «non c’è costrizione nella religione», ci dice l’Islam, ed è giusto che ognuno gestisca come preferisce gli obblighi della sua fede. A chi ci accusa di autosottometterci, a chi accusa l’uomo musulmano in quanto musulmano di essere un maschilista, consiglierei di ascoltare e studiare di più.

Come ti sei sentita quando è scoppiata la polemica sul burkini? Ritieni che sia stato un episodio abbastanza isolato o lo inserisci in un clima di tensione generale?

Il burkini è l’ennesimo motivo per scagliarsi contro le comunità islamiche e i musulmani, per classificarli ancora di più come «persone diverse» e temibili. Chiaramente, le polemiche sono del tutto insensate: il burkini è igienico quanto un bikini, non ci sono armi in grado di nascondersi sotto il burkini, questi indumenti non hanno stemmi di organizzazioni terroristiche né le donne che lo indossano possono essere viste come rappresentanti delle idee terroristiche. Molti desiderano fomentare la tensione che si è venuta a creare e farla perdurare, ne hanno interesse soprattutto le destre e i «fondamentalisti» della politica (partiti xenofobi, islamofobi, razzisti…). Si sa che la violenza, in un clima di panico, prende molto più che la diplomazia.

Come definiresti la condizione della donna musulmana? E la sua posizione nella società occidentale?

Le condizioni della donna musulmana variano da paese a paese. La donna costretta ad essere musulmana, o ad apparire come tale, ha una problematica diversa rispetto a quella costretta a non vestire in maniera islamica per tirare avanti. In Canada e in alcuni paesi europei culturalmente aperti, paesi forti e stabili che della libertà e della lotta al pregiudizio hanno fatto davvero un obbligo morale, le donne musulmane vivono bene. In Inghilterra, nonostante ci siano state violenze islamofobe, nessuno vieterà ad una donna musulmana un lavoro, se questa è capace di svolgerlo e può portare benessere. In Canada le donne velate conducono i telegiornali e si parla addirittura di legalizzare il niqab; si parla di un paese dove la gente lascia la porta aperta uscendo di casa, dove l’aria che si respira è tranquilla (vedi per esempio come testimonianza di questo il film documentario Bowling a Columbine di Michael Moore). In molti altri, specialmente nel nostro, la musulmana è malvista e vive in un clima di islamofobia mista a razzismo (se sei un’italiana convertita sei una potenziale terrorista, se sei straniera sei un virus importato) e ha difficoltà a trovare lavoro, ha poche possibilità di riscatto o di parlare e dimostrare agli impauriti e ai… «poco informati» di essere più che un velo con le gambe, più di una pelle scura.

Parlando generalmente di integrazione, cosa ritieni che la società dovrebbe fare per garantire le libertà delle donne musulmane? Per quanto riguarda il loro coinvolgimento nella società, pensi che oggi ci siano dei risultati positivi o no?

La società per favorire l’integrazione dovrebbe promuovere incontri ed eventi pubblici che diano la possibilità di instaurare un dialogo interreligioso che favorisca la conoscenza, che permetta di comprendere e abbattere i troppi pregiudizi che ancora pervadono la società.

Nel tuo percorso di conversione qual è stato uno degli elementi che ti ha portato a fare tale scelta?

L’Islam è considerato come l’ultima delle tre grandi religioni monoteiste, quelle che le segue e conferma quanto detto da queste, ponendosi come l’ultima rivelazione profetica. L’Islam afferma diritti, sia per uomini che per donne, che nelle altre religioni non sono contemplati e si ritiene che la sua missione sia proprio quella di sopperire a queste mancanze, di perfezionare quanto detto dalle altre religioni. Ecco, queste considerazioni mi hanno colpita e mi hanno spinto ad approfondire il rapporto con questa religione.

Con quale motivazione e per comunicare quale messaggio hai aperto il tuo blog? Perché, inoltre, hai scelto questo nome?

Ho aperto il mio blog per promuovere il dialogo, per divulgare informazioni sull’Islam e far conoscere le idee delle donne musulmane che riesco a contattare. Il mio scopo è quello di promuovere l’integrazione, di aprire una piattaforma dove la gente possa dialogare, rendersi conto che nonostante tutte le differenze siamo tutti persone, individui che in primo luogo meritano rispetto. Non mi rivolgo solo ai musulmani né voglio sottolineare solo i loro problemi, ma intendo denunciare anche le difficoltà che, per esempio, vivono gli appartenenti alla comunità LGBT. Per il nome del blog ho preso ispirazione da un murales con una frase in spagnolo che dice «Non posso essere la donna della tua vita perché sono già la donna della mia».

Il punto di vista di Sveva aiuta a valutare la questione da una prospettiva diversa da quella generalmente presa in considerazione. È possibile continuare a ritenere il coprirsi come un cedimento della donna all’uomo, ma  tenendo conto che questa conclusione non è l’unica possibile e che, quindi, non è detto che sia quella corretta o la migliore. Come dice Sveva, gli strumenti per risolvere tanti problemi, o almeno cominciare a farlo, sono l’informazione e il dialogo. Andare oltre, non fermarsi alla prima spiegazione dei fatti che si sente, approfondire e cercare di mettersi nei panni degli altri porta a porsi nei confronti di quello che ci circonda in modo favorevole e costruttivo. Magari non cambieremmo le nostre idee, ma almeno saremmo pronti ad ascoltare, a non costruire muri e a cercare vie di comunicazione che portino a una migliore e più salutare convivenza nella società per tutti, senza creare discriminazioni e motivi di disagio e sofferenza.

L’immagine in evidenza è tratta da Flickr.

 

3 thoughts on “Intervista: il burkini è a favore delle donne?

  1. quindi le donne che indossano un bikini al mare, che mostrano le loro forme e la loro bellezza stanno chiedendo agli uomini di essere valutate solo per quello? No, una ragazza in minigonna bella o meno bella non è merce e non ha bisogno di coprirsi da capo a piedi per essere rispettata. E comunque mostrare il corpo, mostrare le forme, mostrare la propria bellezza è cosa legittima, la seduzione, la sensualità non è degradante non è oppressiva, fa parte dell’umano ed è una cosa legittima e bella. Ed essere guardati con desiderio non equivale ad essere oggettificati.
    Spero che il niqab che nasconde il volto non sia legalizzato, spero che nessuno senta il bisogno di mostrare di che religione è attraverso i vestiti . Comunque se una donna in nome di un dio inesistente vuole coprirsi pure in spiaggia mentre il marito è mezzo nudo perchè a dio non importa nulla di come si veste, ci vada pure è liberissima l’importate è che la figlia di questa libera donna si possa mettere in bikini o con abiti non coprenti senza essere ammazzata dai pareti o chiamata puttana. Il maschilismo c’è in ogni società ma nelle società laiche c’è modo di combatterlo. Per me libertà vuol dire girare vestiti come si vuole e non come vuole un dio inesistente

  2. spiego meglio: le donne in burkini sono liberissime come quelle in bikini il fatto è se la figlia della donna in burkini è libera di scoprire mezza caviglia senza rischiare la pelle

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