Facebook, l’arte e la censura: ha senso protestare?

Se la totale libertà d’espressione è ciò che cercate, probabilmente Facebook non è la piattaforma ideale per voi.
Questo è quanto risulta da diverse vicende occorse negli ultimi tempi e che hanno portato al centro dell’attenzione la questione della censura all’interno del social network più famoso al mondo. L’ultima notizia, risalente a una decina di giorni fa, è la cancellazione da parte di Facebook della foto simbolo della guerra del Vietnam dal profilo di un giornalista norvegese, azione che ha creato un imbarazzante incidente diplomatico e che ha costretto Zuckerberg a rivedere la sua iniziale decisione. Il giornalista in questione si è visto rimuovere la foto incriminata e bloccare il proprio profilo utente, in quanto essa «non rispettava gli standard di comunità» per quanto riguarda la pedopornografia: la celebre foto ritrae, infatti, una bambina nuda che fugge dall’esplosione di una bomba al Napalm. L’immagine è diventata simbolo delle atrocità commesse durante la guerra del Vietnam e la sua valenza storica è riconosciuta globalmente. 

La foto scattata in Vietnam da Nick Ut, vittima della censura di Facebook. [CopyrightNotice: Copyright 2016 The Associated Press. All rights reserved.]
La foto scattata in Vietnam da Nick Ut, vittima della censura di Facebook.
Credit: The Associated Press.

Per questo motivo, il giornalista non ha esitato a protestare contro la decisione del social network, supportato anche dal primo ministro norvegese che ha accusato Zuckerberg di «censura e abuso di potere». Quest’ultimo inizialmente ha controbattuto affermando che l’algoritmo che Facebook utilizza per individuare i contenuti inappropriati non distingue tra foto artistiche e pedopornografia ma, successivamente, Zuckerberg è dovuto ritornare sui suoi passi, permettendo così la pubblicazione della celebre foto.

Non è la prima volta che l’azienda di Palo Alto si ritrova al centro di discussioni a causa degli standard di censura imposti nella piattaforma. In particolare, le accuse si rivolgono contro la rimozione dei cosiddetti nudi artistici. Lo scorso anno, ad esempio, la Francia ha fatto causa a Facebook per aver rimosso la foto di un insegnante francese che ritraeva il dipinto ottocentesco L’origine del mondo di Courbet (che, per chi non lo sapesse, rappresenta un realistico sesso femminile) e il procedimento è ancora in corso: la Francia ha appoggiato l’insegnante, ma l’azienda californiana ha controbattuto che non è compito della corte francese giudicare il caso. Il punto cruciale della discussione è il confine che separa la pornografia dall’arte. Come affermano le Condizioni e i Termini della piattaforma: «Aspiriamo a rispettare il diritto delle persone a condividere contenuti di personale importanza, che siano foto di una scultura come il David di Michelangelo o foto di famiglia di un bambino che viene allattato». A questo punto, viene da chiedersi chi tracci il limite tra un nudo artistico accettabile e un’immagine pornografica. La risposta è: un algoritmo, purtroppo evidentemente non efficace al 100%. Infatti molto spesso vengono rimossi contenuti artistici mentre immagini veramente pornografiche o violente passano tranquillamente gli ambigui controlli. La domanda da porsi è: possibile che un’azienda da miliardi di dollari, ormai mezzo di comunicazione usato da tutto il mondo, non sia in grado di sviluppare un programma più efficiente? È intenzionata a farlo? Le proteste sono molte, ma Zuckerberg sembra sordo a qualsiasi accusa.

Ma ha veramente senso protestare? È necessario, infatti, fare una riflessione: Facebook è un’azienda privata, posseduta e gestita da enti privati, i quali mettono a disposizione una piattaforma gratuita. Noi tutti, quando abbiamo deciso di far parte della community di Facebook, abbiamo accettato le sue regole e i suoi termini. In quanto ente privato, il social network ha la possibilità di porre il veto su qualsiasi contenuto sia ritenuto non conforme ai suoi standard. Se il buon Zuckerberg volesse, potrebbe decidere di censurare tutte le immagini che ritraggano cani, o tutti commenti che contengano l’innocua parola «zucca». Inoltre, l’adesione a Facebook è una decisione personale e richiede senz’altro un adeguamento a delle condizioni di limitata libertà: bisogna essere consapevoli di ciò.
Detto questo, è certamente importante cercare di ottenere da un social network così diffuso dei sistemi più efficienti. Infatti Facebook è uno strumento che ha delle potenzialità immense di diffusione delle informazioni e dell’arte, le quali rischiano di essere compromesse per un’inadeguatezza dei sistemi di controllo.
Altrettanto giusto è lottare per la libertà di espressione artistica, il problema è il modo in cui si decide di farlo. Sarebbe forse più efficace usufruire di un’alternativa a Facebook: esistono già delle piattaforme dedicate all’arte e con limiti meno ristretti per quanto riguarda la nudità. Se Facebook non ha intenzione di migliorare il suo servizio, probabilmente è il caso di smettere di usare Facebook, utilizzando canali alternativi e invitando tutti coloro che non sono d’accordo con le politiche di Zuckerberg a fare lo stesso. È evidente che, ora come ora, le proteste siano insufficienti a smuovere la direzione generale del social network. Continuare a lamentarsi di Facebook su Facebook appare un po’ un controsenso. Ma se tutti gli artisti, professori, fruitori di arte, si spostassero su un altro social network? Avendo il coraggio di fare questo passo, uscendo dalla logica del «dire senza agire», probabilmente  si otterrebbe davvero un risultato. Si deve far capire che la presenza dell’arte su Facebook è importante, che è meglio pubblicare un capezzolo che rinunciare all’arricchimento portato ogni giorno sulle nostre bacheche da tutti coloro che praticano e amano l’arte.

L’immagine di copertina è presa da qui.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *