«Asking For It» di Louise O’Neill e la rape culture

Arrivata a pagina 235 di Asking For It di Louise O’Neill, ho bisogno di una pausa. Necessito di sedermi al computer e dire quello che sto per dire. Necessito di cercare in Internet quale sia la percentuale di stupri in Italia ad oggi (il 21% dei 6 milioni e 788 mila casi di violenza fisica riportati, secondo i dati Istat), necessito di sapere che il 10,6% di queste donne ha subito violenza sessuale prima dei 16 anni, di sapere che in Inghilterra e Galles il numero è di 85 000 ogni anno – 11 stupri all’ora –, che solo il 15% di queste donne ha riportato l’aggressore alla polizia, che il 90% conosceva l’aggressore prima del fatto. Necessito di provare a immaginare come cambierebbe la mia vita se un fatto del genere accadesse a me, che sto qui seduta comoda a parlarne. Cosa farei? A chi lo direi? Lo direi?

Come sarebbe vedere riflessa la pietà sulla faccia delle persone che mi salutano, come sarebbe sentire i commenti della gente, quanto male mi farebbe sentire qualcuno dire «se l’è cercata» – perché ci sarà sempre qualcuno pronto a dire «se l’è cercata» –, immaginare i miei amici parlare di ciò, della mia disgrazia, della mia vita rovinata, del mio bel corpo che ora non è più mio. Di me. Perché è sempre della vittima che si parla, non ci avete fatto caso? Lo stupratore rimane un’ombra indistinta: «l’aggressore», «l’assalitore», mentre il nome della vittima viene sparato da radio e TV, il suo volto esposto, il suo corpo valutato, di nuovo non più suo.

E il coro di voci che domandano «ma com’era vestita?», «ma cosa aveva bevuto?», «ma cosa ci faceva con lui?», «ma è sicuro che non ci abbia ripensato il giorno dopo?» invaderebbe la mia mente, assordante, incancellabile, un’onda nera a portarsi via i frammenti delle mie certezze, a istigare il dubbio che sì, forse avete ragione, forse è colpa mia, forse avrei dovuto indossare una maglia sopra quel top, e forse la gonna era troppo corta e chi lo sa, magari il mio sorriso troppo invitante. Forse non ho detto di no abbastanza forte o forse il mio divincolarmi è stato interpretato male, forse pensava che lo volessi. Forse la colpa è mia.

Cosa che di sicuro renderebbe la vita più facile a tutti. Ai miei amici, che potrebbero far finta di niente, ai miei genitori, che non dovrebbero sopportare la vergogna di non aver protetto – o ben educato – la propria figlia, ai compaesani che potrebbero continuare a parlare del tempo e della festa della birra, all’assalitore, che «è stata una cavolata e mi stai rovinando la vita», alla sua famiglia, ai suoi amici, compaesani. Sarebbe più facile per tutti (tranne che per me).

Perché dai, ammettiamolo, quanto è più facile fingere che non sia successo nulla quando all’improvviso qualcosa accade che muta la nostra vita com’è stata finora, nega il collegamento tra il passato e l’adesso. Quanto è più facile ed appropriato dimenticarsene. E quanto è più facile dare la colpa a una sola persona, all’errore, piuttosto che affrontare la realtà che quell’«errore» ci sta mostrando. Quante volte abbiamo detto – ho detto – quella lì è una facile, quell’altra va con tutti. E giù giudizi, che guarda caso non riguardano mai i ragazzi. Per gli uni è natura e per gli altri peccato. Ed ecco che se fai l’amore alla prima sera poi lui ti liquida con una smorfia dicendo «la dà a tutti», e il fatto che lui la prenda da tutte non sembra essere rilevante. E se invece vuoi flirtare con qualcuno che ti piace e poi non gliela dai sei una «rizza-cazzi». Qualsiasi sia la situazione quella sbagliata sei sempre tu, quella che dovrebbe stare attenta sempre tu.

E noi ragazze non miglioriamo affatto la situazione, anzi, siamo a volte giudici ancor più inflessibili. Che appena vediamo una più carina di noi teniamo già pronta la lista dei difetti e se i difetti non ci sono «ma non si vergogna ad andare in giro mezza nuda?». Le nostre insicurezze ad alimentare un’ideologia tanto sbagliata quanto crudele, che prende una cosa bella come solo può essere il corpo di una donna e lo trasforma in un oggetto da tenere a bada, da contenere, da nascondere.

Probabilmente sono andata off-topic, in questo mio excursus su quanto ancora, nel 2016, quando abbiamo donne a presentarsi per la presidenza agli Stati Uniti d’America, sia il corpo tutto quello che viene visto, un corpo che è valutato e giudicato al di sopra delle capacità e dei talenti. E allora se sei una delle tre italiane che ha rappresentato la categoria del tiro con l’arco alle Olimpiadi 2016 e raggiunto il miglior risultato di sempre nella storia di questo sport in Italia, può essere che ad essere discussi il giorno dopo non siano le tue capacità di atleta, ma la taglia dei tuoi vestiti. Se ti chiami Asia Ramazan Antar e a 18 anni decidi di lasciare tutto e andare a combattere in Siria contro l’Isis, dando la tua vita per difendere la libertà tua e del tuo paese, puoi star certa che non sarà la tua scelta coraggiosa a fare da titolo al pezzo sul giornale, ma il fatto che avevi un bel viso ed assomigliavi ad Angelina Jolie. E può essere che ciò non risulti offensivo a chi scrive l’articolo, che chi lo rediga lo trovi normale, perché in realtà, finché nulla di concreto e grave accade, continuiamo ad adagiarci su questo maschilismo di fondo che tanto permea la nostra società da apparirci la norma.

Eppure, come mostra O’Neill attraverso la sua perfetta descrizione della reazione ad uno stupro della società ben pensante di un paesino irlandese, le cavolate a volte diventano serie, e stare in silenzio, subire, dimenticare, inammissibile.

 

L’immagine di apertura è tratta dalla copertina del libro (da Quercus.com), non ancora disponibile in Italia.

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