Recensione: A.Tabucchi, Notturno Indiano

«Il corpo umano potrebbe non essere altro che un’apparenza. Nasconde la nostra realtà. Prende consistenza sulla nostra luce o sulla nostra ombra».
Victor Hugo, I lavoratori del mare, citato nel cap. VI.

Il protagonista di Notturno Indiano è Roux, un intellettuale occidentale che giunge in India piuttosto impreparato: ha con sé solo una guida e una piccola valigia. È partito per cercare Xavier, un portoghese che è arrivato a Bombay un anno prima e da quel momento ha fatto perdere le proprie tracce.

Sappiamo poco di Roux, del suo carattere, della sua storia; di certo è un letterato, non solo perché si occupa di «topi morti», come lui stesso definisce le cronache antiche su cui lavora, ma anche (e soprattutto) perché il suo sguardo sul mondo è quello di un poeta, caratterizzato da una fervida, vibrante, immaginazione. E l’India, con i suoi misteri, non cessa di alimentarne l’ispirazione: bastano poche parole, ma fortemente evocative, e il lettore può così conoscere suoni, odori, suggestioni di uno dei paesi più affascinanti del globo. In questo sta la magia della narrazione di Antonio Tabucchi, uno dei massimi autori italiani del secondo Novecento. 

Roux, come dicevamo, ha una grande sensibilità poetica, si interessa di filosofia e di religione, ma è dotato altresì di un buon senso pratico, che gli consente di non arrendersi all’imprevedibilità degli eventi. È un curioso. Il suo viaggio in Oriente si configura come una quête, una ricerca tipica dell’epica arcaica (come il percorso di Ulisse) e del romanzo antico (come la ricerca della donna amata per il paladino Orlando); è un cammino tortuoso, misterioso, segnato dai numerosi incontri notturni con personaggi più o meno tipici del luogo (un medico dell’ospedale di Bombay, una giovane prostituta, uno gnostico di una società teosofica, un indovino deforme); dai colloqui brevi, ma essenziali; dalle tappe nelle camere d’albergo; dal lusso sfrenato degli hotel alla miseria estrema delle periferie. È un viaggio alla ricerca di un altro, ma in fondo è anche un viaggio alla ricerca di sé stesso, con un finale spettacolare, quasi cinematografico, che vi lascerà di certo a bocca aperta.

Notturno Indiano si presenta come un libricino, di appena 109 pagine, ma racchiude in sé due mondi: quello dell’India, naturalmente, colto nelle sue innumerevoli sfaccettature, ma anche quello, ben più labirintico, dei percorsi interiori, con i suoi lati oscuri e ombrosi. Sebbene sia stato pubblicato più di trent’anni fa, rimane un’opera senza tempo.

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