«18app» e la paghetta culturale

«Se lo stato avesse in me la fiducia che mi chiedi, appena nato mi avrebbe accolto con un: “Benvenuto, ecco la tua pensione, prendila, spendila! Fortuna che ci odiamo a vicenda, e non per i soldi.”».

Dalla canzone VV di Dargen D’Amico.

Lo stato sembra aver concesso un po’ di quella fiducia, anche se non si tratta di pensione bensì del Bonus cultura rivolto ai giovani. Il 15 settembre dovrebbe infatti partire il progetto che assegna ben 500€, da spendere in prodotti ed eventi culturali, ai ragazzi e ragazze nati nel 1998 e che, dunque, diventeranno maggiorenni entro il 31 dicembre 2016. Molto più di una paghetta: i diciottenni beneficiari saranno 574.593, per un totale di 290 milioni di euro di finanziamento. Questo importante investimento vuole presentare ai giovani «una comunità che ti accoglie nella maggiore età ricordandoti quanto siano cruciali i consumi culturali, per il tuo arricchimento personale e per irrobustire il tessuto civile di tutto il Paese. E per una volta i fondi per promuovere la cultura non sono ripartiti dalla burocrazia ma dalle decisioni di migliaia di giovani. I soldi andranno laddove si indirizzeranno le scelte dei 18enni», spiega al Corriere Tommaso Nannicini, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Insomma, uno stato che affida nelle mani di piccoli uomini e donne dei soldi per poter contribuire alla propria formazione personale attraverso l’acquisto di libri (scolastici e non), ebook, ingressi in musei, aree archeologiche o parchi naturali, biglietti per concerti, teatro, cinema ed in generale eventi e fiere. Tale acquisto, inoltre, avverrà tramite una app disponibile sia su Android che su iOS e scaricabile dai siti www.18app.it e www.diciottapp.it, previa creazione dello «Spid» o identità digitale.

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Sembra proprio questo il punto rivoluzionario dell’intera iniziativa. In un paese vecchio come l’Italia, è forse la prima volta che si utilizza la tecnologia come strumento fondamentale per un progetto, specialmente di carattere culturale. Certo, forse lo smartphone era l’unico mezzo per farsi prendere in considerazione dai millennials, ma non si può non apprezzare questo piccolo passo evolutivo verso l’efficienza della burocrazia italiana, finora fatta di scartoffie e code interminabili negli uffici più remoti e malmessi. Se poi si considera l’efficace idea di unire la compulsività dello shopping online a prodotti e attività solitamente coperti da una patina di antichità e noia (chi legge un libro se c’è il film, chi va al cinema se c’è lo streaming?), allora non si può che ammettere che questa app ha del potenziale enorme. Potenziale, come quello dell’identità digitale, che potrà applicarsi ad altri campi in rotta verso l’innovazione e la crescita economica, secondo quanto ha dichiarato il direttore generale dell’Agid Antonio Samaritani.

Tuttavia il sistema presenta anche dei punti deboli. Innanzitutto, non è ancora chiaro cosa potranno comprare i giovani su 18app né quanti e quali esercenti figureranno nella piattaforma; inoltre l’offerta (scelta dal Mibact e dal ministro Franceschini), seppur mirata alla varietà, dovrà avere chiari contenuti culturali. E in Italia non si sa mai (la censura nella scuola di Saba è solo uno dei tanti esempi). Dubbi ancora più grandi sono quelli di carattere tecnico. In primis, la mancanza di documenti ufficiali riguardo il progetto e l’inattività, a un paio di settimane dal debutto, dei siti web in questione ha già portato qualcuno a chiedersi se sia tutto vero. In secundis, sembrerebbe che la registrazione non sia poi così intuitiva e veloce. Naturalmente spiegare il tutto ad un diciottenne è diverso che spiegarlo ad un settantenne, però rimane comunque il fatto che non basta scaricare l’app e registrarsi lì per avere accesso al bonus. Anzi, prima bisogna ottenere lo Spid facendo richiesta ad uno dei cinque identity provider definiti, ovvero Poste, Aruba, Tim, Infocert e Sielte; poi, si va sui siti internet e si scarica l’app; nell’app si inseriscono le credenziali rilasciate in precedenza (lo Spid); dopo ci si registra all’app fornendo i vari dati personali e solo allora saranno disponibili i 500 euro di bonus. Un po’ complicato, considerando la doppia registrazione presso due diversi enti e soprattutto tenendo presente quali prodotti web ha finora dato alla luce la Pubblica Amministrazione: chi non ha perso giornate intere cercando un’informazione su un sito statale che lo rimandava sempre alla stessa pagina?

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Fortunatamente, le modalità di acquisto appaiono più semplici: i voucher ottenuti si stampano o si presentano al commerciante dallo smartphone, anche sotto forma di qr code o bar code. E a questo punto, c’è da riflettere sulla conseguenza utopicamente auspicabile dell’iniziativa Bonus cultura, cioè l’impatto sui giovani non limitatamente all’utilizzo di oggetti culturali (al singolo libro), bensì alla creazione di un ambiente culturale. Se più giovani decidessero di usare il bonus per assistere tutti allo stesso concerto, allo stesso film o allo stesso evento, per andare a visitare tutti insieme lo stesso museo? Che si tratti di un gruppo di amici che si organizza in tal senso, o di ragazzi che semplicemente si incontrano lì per caso, il risultato è comunque la formazione di un ambiente aperto all’incontro e al dialogo, in cui non si chiacchiera del reality di Mtv (perché alla fine in TV tra un reality di Mtv e un talk show culturale Rai, di tema interessante ma format soporifero, vince il reality), ma di un’opera d’arte che si ha vissuto in prima persona, si chiacchiera di Cultura. Ed è proprio parlando di cultura che si crea la cultura.

Questa ovviamente non è la priorità dei giovani, né quella di molte famiglie. Una delle polemiche mosse al provvedimento è che il valore del bonus sia uguale per tutti e non distribuito in base al reddito, perciò mentre il diciottenne di una famiglia più benestante potrà spendere il bonus per togliersi qualche sfizio, i ragazzi delle famiglie più povere lo spenderanno necessariamente per l’acquisto dei testi scolastici anziché per gli extra. Crolla così uno degli ideali del progetto stesso, ovvero quello di dare libera scelta ai giovani: ci può essere libertà se c’è urgente necessità? Altra pecca è non aver pensato al lungo termine. Con l’attuale problema di disoccupazione giovanile (persino il Telegraph ne riporta i dati), forse sarebbe stato meglio pensare al lungo termine ed investire sul lavoro, se davvero l’obiettivo è quello di aiutare le nuove generazioni. «Se». Tra i maggiori problemi del Bonus cultura c’è infatti quello di essere soltanto l’ennesima mancia elettorale da parte di Renzi, insomma un «80 euro: parte 2». Non c’è strategia migliore che regalare 500 euro proprio a coloro che hanno appena acquisito la maggiore età e, con essa, la tessera elettorale. Tale intento politico si fa ancora più palese con la correzione fatta in fase di sviluppo riguardo i destinatari dell’iniziativa: ora il bonus è aperto anche ai diciottenni stranieri residenti in Italia con permesso di soggiorno, ma in un primo momento era riservato soltanto agli italiani, o meglio, soltanto a coloro che a breve avrebbero potuto votare. Contiamo però sul fatto che la giovinezza non sia necessariamente sinonimo di stupidità e che perciò molti abbiano già visto la mossa politica dietro a questo progetto e che comprino (sulla app) anziché lasciarsi comprare.

Dunque, fiducia ed accoglienza all’età adulta ricordando il valore fondamentale della cultura non tanto perché in tal modo si vince contro il terrorismo, come Renzi ha dichiarato presentando l’iniziativa a novembre 2015 durante l’evento «Italia, Europa: una risposta al terrore», bensì perché la cultura è un elemento indispensabile per la formazione di un cittadino votante, che sappia informarsi, comprendere, comparare e riflettere. Formazione che purtroppo deve avvenire anche al di fuori della scuola, dato che l’istruzione in Italia ha mille problemi e non risulta sufficiente. Formazione che deve svilupparsi nel tempo libero ed entrare nella vita privata fino a diventarne parte integrante, fino a che non si capirà che imparare non è un esercizio sterile, anzi è il più prolifico di tutti perché senza fine.

In conclusione, sebbene gli ideali che hanno portato alla creazione di 18app non siano i più nobili, non si può che essere favorevoli al progetto. Dando per scontato che là fuori ci sono almeno alcuni giovani come me, che amano il cinema, la musica, la letteratura e l’arte, dà conforto sapere che ora possono dedicarsi a ciò che gli piace senza gravare sulle spalle della famiglia e che sono persino supportati dallo stato, andando contro la morale comune dell’intellettualità come difetto da schernire. Insomma, nonostante i punti bui e i difetti, il Bonus cultura è senz’altro un’occasione di cui approfittare. Se solo avessi diciotto anni.

One thought on “«18app» e la paghetta culturale

  1. «Non si può che essere favorevoli al progetto», ammette l’autrice di questo articolo alla fine. Ebbene: eccomi qui, in toto sfavorevole a questa mancetta elettorale. Proverò qui a elencare i motivi che hanno causato in me tale disappunto:
    1. il fatto che si tratti di una mancetta elettorale: è tristemente famosa la citazione di un politico che nemmeno merita di essere menzionato, «Di cultura non si mangia». Purtroppo però, mutatis mutandis rispetto al discorso in cui tale infelice frase è stata pronunciata, è tristemente vero: spendere una cifra enorme (la Forzan parla addirittura di 290 milioni di euro, e io rabbrividisco) per dare 500 euro a ogni neodiciottenne è semplicemente assurdo, soprattutto di fronte a scuole pubbliche che cadono a pezzi, a docenti sottopagati indipendentemente dal loro impegno e dalle loro capacità, ad aule sovrappopolate dove è sempre più difficile trasmettere qualcosa visto il gran numero di discenti. Soldi che potevano essere spesi meglio, con un guadagno singolo (sebbene senza scelta) forse molto più elevato e non limitato a una generazione.
    2. Che funzione può avere un bonus da 500 euro dato a chiunque in modo indiscriminato? Assolutamente nessuna: come ha fatto acutamente notare l’autrice, i diciottenni meno abbienti utilizzeranno quei soldi o senza libera scelta («ci può essere libertà se c’è urgente necessità?») oppure coglieranno l’occasione per provare esperienze che non proverebbero mai per difficoltà economiche (un concerto, un museo, ecc.). I figli delle famiglie più benestanti? Non dovrebbero ricevere questi soldi: se lo Stato deve tassare con aliquote proporzionali al reddito, è giusto anche che dia denaro in modo proporzionale. Se un «ricco» (parola consunta ma adatta) vuole comprarsi un libro, andare a un concerto, andare a puttane lo fa e basta. Se la migliore ipotesi, ossia l’elargizione sul merito, è di ardua attuazione, almeno utilizzare il reddito come discriminante sarebbe stato un «meno peggio». Perché lo Stato deve dare soldi a chi non ne ha bisogno?
    3. Le elargizioni fanno schifo. Mi spiego meglio: siamo abituati a vedere corrisposto un quantitativo in denaro di fronte a una prestazione lavorativa oppure, è il caso per esempio dei sussidi di disoccupazione, di fronte a una situazione che – si spera – muterà nel futuro e che comunque è di disagio e alla quale lo Stato deve rimediare in qualche modo. Bene, qui che situazione c’è? I diciottenni non hanno lavorato e quei soldi non sono nemmeno utilizzabili per il sostentamento proprio e della propria famiglia (vedremo al punto 4.): questi ragazzi hanno «guadagnato» 500 euro semplicemente compiendo gli anni. Alla faccia dei loro coetanei, che hanno avuto la sfortuna di nascere un anno prima, che magari guadagnano 500 euro al mese lavorando come dei disgraziati.
    4. Questa non è solo un’elargizione e nemmeno un incentivo alla spesa e quindi al rilancio del mercato. Al pari del bonus di 500 euro ai docenti delle scuole, inaugurato l’anno scorso, si tratta di somme che, anziché essere date in mano al soggetto e quindi affidate al suo libero arbitrio (per i prof 40 euro al mese in più di stipendio, ai giovani – scelta che comunque mi fa ribrezzo – tramite un assegno o un bonifico bancario), vengono date apposta per essere spese esattamente nel modo in cui lo Stato vuole che tu li spenda. Questa forma di «schiavitù dell’acquisto» è qualcosa di ripugnante, buono solo per una campagna elettorale di bassa lega.
    5. Campagna elettorale? Mettiamo insieme strane casualità: maggio 2014, prima prova per il governo Renzi alle Europee (che poi vincerà il Pd col 40% anche per demeriti altrui), ecco la mancetta degli 80 euro. Ora abbiamo il referendum costituzionale: ecco i 500 euro. Che c’entra Renzi? Solo ultimamente il premier ha spersonalizzato il referendum (senza pur ammettere lo sbaglio fatto, quando voleva renderlo un plebiscito), ma nella mente di alcuni italiani (forse quelli che più hanno bisogno di questi soldi) al voto si giocherà il destino del governo Renzi, «quello dei soldi», «queo dei schei», per dirla in veneto.
    Anziché essere padroni del proprio destino e anche di quello del nostro paese, continuiamo a farci giostrare dai giochetti di chi pensa di esserci superiore. Questo non è un trattamento che un popolo maturo può sopportare, noi ovviamente sì.
    I miei più cordiali saluti

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