Vik Muniz: l’illusionista a bassa tecnologia

Vi siete mai chiesti cosa ci sia dietro alla Gioconda? Una loggia panoramica che unisce elementi diversi dell’immaginario leonardiano? L’Arno che scorre tra calanchi e sponde erbose? Oppure, come sostengono altri, un comune paesaggio prealpino? Sono tutte valide ipotesi su cui ha dibattuto la crème degli storici d’arte, seguita dalla folla che quotidianamente immortala la tela sotto le luci del Louvre. Eppure, dietro a Monna Lisa c’è anzitutto qualcosa di molto più facilmente definibile: chiodi, qualche freccia a matita, un incrocio di supporti di diverso materiale, una fessura riparata con due tasselli a coda di rondine, il misterioso nome «Gioconda» abbozzato in grafite.

Ebbene sì. Troppo spesso si dimentica che i quadri non sono immagini che trascendono lo spazio fisico. Essi sono, prima di essere qualsiasi altra cosa, degli oggetti. Semplici oggetti, con una fronte e con un retro. Ma se la fronte è universalmente nota, stampata in ogni dove – dalle calamite ai segnalibri, dai libri scolastici fino alle cover per gli smartphone – il retro è quasi del tutto sconosciuto. Tuttavia, il retro di un quadro è un elemento tutt’altro che trascurabile: esso ci racconta come è stata fatta quell’opera, chi l’ha posseduta, dove è stata esposta, come è stata conservata, quante volte è stata restaurata. Ci racconta la storia del cambiamento, ci dice dove la pittura ha viaggiato.

Potrebbe sembrare un gioco infantile, ma attorno all’elementare concetto davanti-dietro ruota la nostra conoscenza del mondo. Ogni oggetto che ci circonda, anche un’opera d’arte celeberrima di cui ci si illude di conoscere a memoria ogni minimo particolare, può avere un lato nascosto, dimenticato. Ad insegnarcelo è l’artista e fotografo brasiliano Vik Muniz che, con la creatività di uno sguardo che non si accontenta della visione frontale, da una quindicina d’anni lavora al progetto «Verso», riproducendo con fedeltà fotografica il retro di celebri capolavori della storia dell’arte – come la sopracitata Gioconda, ma anche la Notte stellata di Van Gogh e Les demoiselles d’Avignon di Picasso.

Partendo da fotografie in altissima risoluzione, materiali che Muniz ha impiegato anni a reperire – pensate, ad esempio, a quanto dev’essere stato difficile chiedere ai direttori del Louvre di poter immortalare il lato B di Monna Lisa! –, l’artista ha analizzato la superficie nei minimi particolari, per poi riprodurla con maniacale esattezza con materiali identici agli originali. Questo curiosissimo progetto è ora per la prima volta in mostra nella sua interezza nelle sale del Mauritshuis Museum de L’Aia, in una straordinaria esposizione aperta dal 9 giugno al 4 settembre 2016. Per l’occasione, l’artista brasiliano ha creato altri cinque «Versos», scegliendo opere della collezione del museo olandese tra cui Il Cardellino di Fabritius, La ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer e la Lezione di anatomia del dottor Tulp di Rembrandt. Per tutta l’estate, questi capolavori potranno essere ammirati in una eccezionale e irripetibile condizione: davanti e dietro contemporaneamente.

«Verso» non è il primo progetto di Vik Muniz in grado di stupire il mondo dell’arte contemporanea. Nato a San Paolo nel 1961, Vicente José de Oliveira Muniz ha lasciato il Brasile nel 1980 alla ricerca del sogno americano. Approdato dapprima a Chicago, con il tempo ha trovato spazio e definizione artistica a New York. Ha cominciato la sua carriera creando oggetti, per poi interessarsi alle riproduzioni fotografiche dei suoi manufatti tridimensionali, finendo col dedicarsi a tempo pieno alla fotografia che gli ha progressivamente garantito un posto fisso nel circolo artistico contemporaneo della Grande Mela e poi di tutto il mondo. Oggi infatti le sue opere sono presenti nelle collezioni dei più prestigiosi musei come il Guggenheim Museum, il Museum of Modern Art di New York, il Museo di Arte Moderna di Rio de Janeiro, in Italia il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato e moltissimi altri ancora.

Fin dai suoi esordi, Muniz ha mostrato una predilezione per l’utilizzo in forma artistica di oggetti d’uso quotidiano o prodotti alimentari, con i quali è solito riprodurre le icone della storia dell’arte o i volti famosi della nostra epoca. Abbiamo così la riproduzione della Monna Lisa di Andy Warhol in burro di arachidi e marmellata di ciliegia, lo Scudo con la testa di Medusa di Caravaggio tracciato con i resti di un piatto di spaghetti al pomodoro e il volto di Marilyn Monroe disegnato con le tesserine di un puzzle. Ad essere esposta è sempre la fotografia dell’opera e non l’opera in sé, perché solo la fotografia riesce a rendere efficacemente l’aspetto ideativo del processo artistico. Il legame concettuale tra soggetti e materiali unito al sapiente gioco di prospettive costringe lo spettatore a compiere uno sforzo di rielaborazione per decodificare il senso dell’immagine fotografica che gli appare innanzi. Rivestendo l’espressione fotografica di un valore simbolico, questo «illusionista a bassa tecnologia» – come egli stesso ama definirsi – è capace di rivelarne il carattere ingannevole: la realtà è una forma di apparenza e l’apparenza è una forma spettacolare della realtà.

Double Mona Lisa, After Warhol Series, 1999
Double Mona Lisa, After Warhol Series, 1999

Su questo concetto si basa sostanzialmente anche il progetto di più larga eco dell’artista. Tornato in Brasile nel 2010, per circa quattro anni Vik Muniz fece di Jardim Gramacho – una delle discariche più grandi del mondo situata nella periferia di Rio de Janeiro, chiusa nel 2012 – il suo nuovo atelier. Qui scelse sette catadores tra le migliaia che ogni giorno setacciano i rifiuti in cerca di oggetti vendibili o barattabili, le fotografò e ne riprodusse il ritratto a grandi dimensioni, attraverso il meticoloso assemblaggio di scarti ritrovati nell’immondezzaio. Un ritratto e molte foto sono stati venduti all’asta per un totale di 300 mila dollari, tutti devoluti ai catadores di Rio. Il progetto è stato filmato dalla regista britannica Lucy Walker, che realizzò il brillante film documentario intitolato Waste Land, vincitore del Sundance Film Festival nel 2010 e candidato agli Oscar nel 2011 come Miglior Documentario.

Dalla riproduzione del lato posteriore di quadri universalmente noti, passando per tutta una serie di opere commestibili o quotidianamente realizzabili, fino ai sublimi esempi di junk art con nobili scopi sociali, Muniz si è rivelato essere un fine pensatore di quel miracolo che è la rappresentazione. La sua arte vuole creare illusioni semplici ed elementari, che mentre ci ingannano denunciano il meccanismo stesso dell’inganno. È un modo per renderci più consci del piacere che può derivare dall’impiego integrale delle nostre facoltà. È un modo per ricordarci che l’arte può essere ovunque. È un modo per insegnarci che la bellezza è negli occhi di chi guarda.

Le immagini sono tratte da Bing. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *