Olimpiadi, sport e spirito

Il 5 agosto avranno ufficialmente inizio le trentunesime Olimpiadi moderne, tenute quest’anno a Rio de Janeiro. Ancora prima di cominciare, questa edizione è stata accompagnata da numerose e varie polemiche, le quali perdurano ancora adesso, a pochi giorni dalla cerimonia d’apertura. Abbiamo assistito a discussioni inerenti la capacità della città di Rio di sostenere il peso sia economico che pratico dell’organizzazione di questo grande evento, la minaccia della diffusione del virus Zika e il problema dell’inquinamento delle acque attorno alla città sudamericana. Sembra che questa edizione porti con sé più problemi che altro, eppure sarebbe sbagliato ridurre l’evento olimpico solo a questi, tralasciando in questo modo il significato più profondo e reale delle Olimpiadi.

Quando il barone De Coubertin progettò di ricreare le Olimpiadi dell’antichità, il suo piano andava oltre a delle semplici competizioni sportive: egli intendeva creare un evento che portasse con sé significati ben più profondi, che fosse un mezzo di unione più che di divisione. De Coubertin riteneva che lo sport fosse uno strumento di elevazione sia fisica che spirituale per l’uomo e che proprio tramite di esso fosse possibile veicolare valori quali la fratellanza e, paradossalmente per una competizione, l’uguaglianza. Nacque in questo modo quello che viene chiamato spirito olimpico, il quale trova definizione nella Carta Olimpica, il documento che raccoglie i principi fondamentali delle Olimpiadi. La Carta è nata ufficialmente nel 1908, ispirata da alcuni scritti di De Coubertin e ha subito nel tempo diverse modifiche, fino alla versione odierna, nella quale leggiamo che l’ «olimpismo tenta di creare un determinato modello di vita basato sulla gioia dello sforzo, sul valore educativo del buon esempio , sulla responsabilità sociale e il rispetto per i fondamentali principi etici universali.» Il barone vedeva nei Giochi lo strumento ideale per promuovere la fratellanza tra i popoli, per stimolare i partecipanti e gli spettatori stessi a sentirsi parte della collettività,  a vedere oltre le divisioni politiche, sociali, economiche. Lo sport veniva  considerato un diritto dell’uomo, qualcosa che tutti dovevano poter praticare e proprio per questo motivo esso diveniva simbolo d’uguaglianza e fratellanza.

Murale di protesta contro le Olimpiadi Invernali del 2010 in Canada.
Murale di protesta contro le Olimpiadi Invernali del 2010 in Canada.

Questo è il modo in cui le Olimpiadi vengono definite, ma possiamo dire che ancora oggi il loro spirito sia questo? Possiamo affermare che possano ancora e realmente essere definite come un’altra grande occasione per ritrovare uno spirito di appartenenza e di comunione? La storia delle passate edizioni ha visto numerosi momenti difficili, nei quali lo spirito olimpico ha rischiato di essere smarrito o usato per promuovere valori assolutamente antitetici ad esso. Questo è avvenuto soprattutto nelle edizioni tra le due Guerre Mondiali, ovvero quella di Anversa del 1920 e quella di Berlino del 1936. Nella prima, per evitare che si trovassero insieme cittadini di paesi fino a poco tempo prima in guerra tra loro, si decise di non invitare ai Giochi gli stati sconfitti nel primo conflitto mondiale, definiti «potenze aggressive»; nella seconda, Hitler vide nelle competizioni uno strumento di affermazione della supremazia ariana su tutte le altre nazioni. Ancora oggi, seppur in maniera diversa, i Giochi olimpici rischiano di essere snaturati, assumendo spesso i caratteri di un mero evento rivolto al guadagno economico. L’inizio di questa sorta di deriva viene fatto coincidere con le Olimpiadi di Atlanta nel 1996, nelle quali venne sancito per la prima volta il ruolo fondamentale degli sponsor per il finanziamento dei Giochi: le Olimpiadi, da quel momento, sarebbero secondo alcuni solo una grande opportunità per alcuni di arricchirsi, a scapito di altre persone e di qualsiasi altro scopo ben più importante.

Eppure, nonostante tutto, non possiamo fermarci a questo, non possiamo pensare che ormai i Giochi olimpici abbiano perso qualsiasi loro originario elemento positivo e che quanto detto nella Carta Olimpica sia soltanto qualcosa di scritto, privo di una reale applicazione. Pur nella loro problematicità, le Olimpiadi ancora oggi possiedono un’aura speciale, rappresentano la massima competizione sportiva non solo in termini di grandezza e di numero di partecipanti, ma anche perché sono un momento in cui si trovano uniti atleti provenienti da tutto il mondo, i quali portano non solo il loro vissuto personale ma, in un certo senso, anche lo spirito dello stato da cui provengono. Un’occasione in cui avviene una reale unione dei vari paesi del mondo, dove sembrano cessare, o almeno passare in secondo piano, tutti i motivi di scontro e divisione che in genere sono sempre presenti e influenzano le vite di tutti. 

Inoltre gli stessi problemi che sorgono durante l’organizzazione dei giochi possono divenire delle possibilità di crescita, in quanto possono portare alla luce problemi in genere ignorati o volutamente occultati. I vari dibattiti sulla sostenibilità delle Olimpiadi, sull’ambiente, sulle ripercussioni sociali possono diventare un’importante opportunità di riflessione; possono essere la molla per stimolare una reale presa di coscienza non solo nei governanti ma anche nei cittadini stessi, chiamati a mettersi in discussione, a prendere una posizione e ad agire per migliorare le cose. Un esempio di questo può essere rintracciato nel dibattito che ha preceduto le Olimpiadi di Pechino del 2008, in cui ci si è chiesto se fosse giusto che un paese che non garantiva il pieno rispetto dei diritti umani potesse ospitare i Giochi e rappresentarne degnamente i valori.

Le Olimpiadi, quindi, ancora oggi possono rappresentare un’occasione per ribadire i diritti fondamentali della pace, dell’uguaglianza, per mostrare che è possibile andare oltre i motivi di conflitto e di divisione. Possono essere un momento di riflessione e di messa in discussione, divenendo quindi una reale opportunità di progresso e miglioramento, come auspicava lo stesso De Coubertin.

 

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