Tennis femminile: la bellezza vince?

Il torneo di Wimbledon si è appena concluso e, come accade ogni anno, è stato occasione per i tennisti non solo di poter vincere un’importante competizione, ma anche di essere al centro dell’attenzione dei media internazionali. Le telecamere hanno trasmesso match carichi di tensione, davanti ai quali molti spettatori si saranno entusiasmati e saranno stati impressionati dalla bravura e dalla forza dei giocatori. Ovviamente ci saranno state anche considerazioni riguardanti l’aspetto fisico degli atleti, divise tra battute e commenti ammirati. In chi assiste ad una competizione sportiva, sia dal vivo sia davanti alla tv, si alternano l’ammirazione legata al talento  dei partecipanti e quella provocata dalla bellezza visiva dello sport stesso, data sia da come si presentano gli atleti che dalle azioni che compiono. Nel tennis il criterio estetico non ha un ruolo preponderante, non viene usato in sede di valutazione del risultato della gara (come accade per esempio nella ginnastica artistica e nel pattinaggio, dove è importante la grazia dei movimenti), però sembra divenire l’elemento centrale quando si parla della categoria femminile di questo sport. 

Il focalizzarsi eccessivamente, se non esclusivamente, sulla bellezza e di conseguenza sul fisico delle tenniste è un errore compiuto non solo da chi assiste alle gare, ma anche dagli stessi appartenenti alle associazioni sportive. Negli ultimi anni la categoria femminile di questo sport è stata spesso oggetto di dibattito per la fisicità delle atlete, tirata in ballo più o meno esplicitamente per i più disparati motivi. Serena Williams, vincitrice dell’ultima edizione di Wimbledon, è stata spesso bersaglio di critiche e attacchi a causa del suo aspetto fisico, giudicato eccessivamente robusto, poco femminile ed elegante. La tennista è indiscutibilmente tra le più forti al mondo, i suoi risultati sportivi sono evidenti a tutti, tuttavia viene spesso giudicata per qualcosa non legato al suo talento e che non ha ripercussioni negative sul suo gioco. Non è anche il suo fisico che le permette di essere una campionessa? Perché esso diviene, quindi, un difetto, qualcosa di cui lamentarsi? Forse perché non rispetta una determinata idea di femminilità, caratterizzata da elementi come magrezza e sinuosità? Esperienze simili sono state vissute anche da altre giocatrici, come Taylor Townsend, sedicenne promessa del tennis, che si è vista negare il supporto economico dalla United States Tennis Association (USTA) perché ritenuta «troppo grassa». L’associazione ha garantito che darà i fondi alla sportiva se si sottoporrà ad una dieta, nascondendosi dietro la scusa del fare tutto ciò perché attenta alla salute della ragazza. Guardando le foto della giocatrice non sembra proprio che soffra di un problema di obesità che metta in pericolo sia la sua salute che il suo rendimento sportivo; c’è il sospetto dunque che il vero punto della questione sia, anche qui, la sua mancata aderenza al canone della tennista snella.

Nelle critiche mosse a queste donne è possibile vedere la preponderanza che l’argomento bellezza ha nei confronti del talento e della bravura, che dovrebbero essere il focus di questo sport e come tali dovrebbero essere percepiti anche dagli spettatori e da chi fa parte delle associazioni organizzative. Invece viene usato un altro criterio di paragone tra le atlete, che si concentra sul loro aspetto fisico e sull’aderenza di questo ad un canone meramente estetico, che vada a soddisfare l’occhio di chi guarda. Sempre legato alla bellezza è l’abbigliamento delle tenniste nelle competizioni ufficiali, caratterizzato quasi sempre dalla gonna corta. Tale indumento non è imposto da una regola ma ormai è divenuto una consuetudine, anche se non ci sono motivi legati alle modalità di gioco che ne giustifichino l’uso. La gonna non fornisce una maggiore comodità, o almeno non lo fa in maniera determinante, fatto dimostrato anche dall’uso dei pantaloncini durante gli allenamenti da parte delle atlete. Tuttavia, durante le competizioni ufficiali diviene quasi scontato che le tenniste indossino tale capo e questo può essere motivato ancora una volta dal criterio estetico: una tennista con la gonna mette in mostra maggiormente il suo fisico, solletica l’occhio degli spettatori, i quali sono così portati ad interessarsi ancora di più alla competizione.
Cosa si chiede ad una tennista? Di essere brava? Certo, ma a condizione che sia anche bella o comunque piacevole agli occhi, che attiri gli sguardi e l’attenzione degli spettatori per il suo  aspetto più che per il suo gioco. Il tema dell’abbigliamento potrà sembrare irrisorio e di poco conto, eppure esso risulta importante in quanto ci dimostra come il sessismo (perché di questo si tratta) si sia insinuato anche nel mondo sportivo, passando inosservato pur essendo sotto gli occhi di tutti. Si parla di sessismo perché viene richiesto alle tenniste di essere altro, non solo brave, di avere un aspetto fisico adeguato alle aspettative maschili, di essere conformi ad un canone estetico legato allo stereotipo della donna femminile, di cui la gonna risulta uno degli elementi più rappresentativi.

Spesso, quindi, la bellezza diviene il vero talento delle tenniste, l’elemento che le rende popolari ed apprezzate, mettendo in secondo piano come giocano e tutte quelle caratteristiche che non sono legate all’aspetto, le quali possono addirittura sembrare dei difetti. Tra queste è possibile citare la forza, generalmente ritenuta una quasi esclusiva dell’uomo. Dire che una tennista è forte la farà apparire a molti come meno femminile e, di conseguenza, meno bella.
Il binomio forza e bellezza è anche l’argomento del video creato dalla Women Tennis Association (WTA), chiamato «Strong is beautiful», in cui le tenniste più famose sono  mostrate durante azioni di gioco al rallenty, in un’atmosfera quasi onirica, caratterizzata da luci soffuse e colori contrastanti, nella quale le giocatrici appaiono più delle modelle che delle sportive.
Si ricerca, insomma, la piacevolezza estetica: vengono messi in risalto la bellezza e il corpo delle atlete mentre stanno giocando, cercando di affascinare chi vede il video mostrando la bravura delle tenniste ma mantenendo l’attenzione sulla loro bellezza. Il filmato, nelle intenzioni dei creatori, si propone di evidenziare e valorizzare il talento delle tenniste più forti del mondo, eppure il titolo stesso può essere interpretato in due modi: « forte è bello» può essere sì letto come un’esaltazione della bellezza della forza, ma allo stesso tempo spinge all’associazione del talento delle atlete con la loro bellezza mostrata nel video, come se il primo potesse essere colto solo tramite la seconda. La forza delle tenniste sembra meritare di essere valorizzata proprio perché associata all’aggettivo «bella», ottenendo proprio da questo la sua ragione d’essere e, forse, anche una giustificazione ad essere associata al sesso femminile. Una donna può essere forte perché questo la rende bella: il video tuttavia potrebbe essere interpretato anche in tal modo.

Tutte queste considerazioni non intendono demonizzare l’aspetto estetico dell’attività sportiva: la bellezza non deve essere condannata a priori, ma deve essere considerata nella sua giusta importanza, non deve diventare più importante della persona stessa, né deve divenire un mezzo di mercificazione della donna, rendendola uno specchio che rifletta le aspettative degli altri, siano essi uomini o no.

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