40 anni di punk: il compleanno di una cultura morta?

Il 25 novembre 1976 usciva Anarchy in the UK, pezzo firmato Sex Pistols, emblema del punk, genere che ha dato il meglio di sé nei due anni successivi. Il movimento era iniziato qualche tempo prima negli Stati Uniti grazie alla band The Stooges, il cui cantante Iggy Pop era diventato un’icona per i primi gruppi punk rock, tra cui i famosissimi Ramones. Il punk statunitense si concentrò in particolare nell’area di New York e precisamente nel club CBGB, celebre per aver dato un palco a tutte le formazioni punk rock del tempo. Oltre al genere musicale, caratterizzato da ritmiche veloci, sonorità dure ed essenziali e testi provocatori, in America nacque anche l’estetica punk, grazie soprattutto ai Television, che inaugurarono la moda di giubbotti di pelle, t-shirts, borchie e soprattutto la cresta, simbolo caratteristico del movimento.

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In breve tempo il movimento punk si spostò oltreoceano, dove acquistò una connotazione politica. I testi di band inglesi come i Sex Pistols e i Clash esprimono l’insofferenza alle regole della società civile e nacquero nel contesto politico e sociale che seguì l’insoddisfazione nata dal fallimento dei movimenti del ’68 e dall’inizio dell’epoca thatcheriana, portatrice del primato dell’economia e della carriera. Il movimento punk si poneva gli obiettivi opposti, rifiutando la cultura pop delle major ed esprimendo la filosofia del DYI («Do It Yourself», fattelo da solo), che portò alla nascita di svariate label indipendenti e alla fioritura della moda delle fanzine, riviste indipendenti e autoprodotte. Nonostante il punk fosse nato come controcultura, in breve ebbe una diffusione mondiale e singoli come God save the Queen dei Sex Pistols arrivarono in testa alle classifiche musicali, acquistando una fama degna delle band mainstream. In seguito al 1978, il punk rock generò diverse sottocorrenti musicali, come l’hardcore punk, l’anarcho punk e l’Oi! o street punk, che in qualche modo segnarono la fine del movimento vero e proprio.

Considerando quindi l’uscita del singolo dei Sex Pistols come la data di fondazione del punk, quest’anno il movimento compie 40 anni. Nel Regno Unito, e non solo, sono state organizzate diverse iniziative per festeggiare questa ricorrenza, la più prestigiosa delle quali sarà tenuta alla British Library di Londra. Anche in tumblr_ls8rviqDzS1qf842fo1_500_largeItalia, dal 12 Giugno al 28 Agosto, alla galleria Carla Sozzani di Milano sarà presente la mostra «Punk in Britain», che raccoglie fotografie e documenti video che testimoniano i volti e i protagonisti della scena punk inglese. Suona in qualche modo paradossale che quello che era considerato un movimento di totale rottura dalle istituzioni, a distanza di quarant’anni sia ormai completamente istituzionalizzato, tanto da essere esposto in un museo. Ci si potrebbe chiedere se ormai oggi abbia ancora senso parlare di punk come di qualcosa di vivo e non solo come il ricordo nostalgico di qualche annata ruggente. Le band punk odierne non hanno certo la carica esplosiva e anarchica che caratterizzava il movimento alle sue origini, trattandosi spesso di gruppi pop-rock che conservano una certa estetica punk ma che a questa si limitano. Ogni anno, inoltre, si tengono in tutto il mondo festival dedicati a questo genere musicale, occasioni in cui i veterani del movimento rispolverano il chiodo e si lucidano la cresta. Probabilmente loro ci credono davvero, senza rendersi conto che un’opalescenza inesorabile è calata sullo stile di vita punk, il quale ormai si riduce all’estetica e ad una dichiarata «ribellione contro il sistema» che però non arriva mai all’azione. Aldilà della musica, la filosofia punk alla fine degli anni ’70 nasceva da un sentimento di ribellione totale contro tutto e tutti, da una rabbia generazionale. Al giorno d’oggi un movimento come il punk avrebbe ancora presa sui giovani? Le label indipendenti dei giorni nostri e le fanzine, pur cercando di porsi al di fuori della logica mainstream, restano nonostante tutto dei movimenti educati, che non hanno niente a che vedere con la forza vitale che il punk portava con sé, voce di una generazione arrabbiata e desiderosa di far valere la propria personalità. Con rammarico bisogna ammettere che il punk è morto: di quello sparo nel buio che è stato il biennio ’76-’78 non resta che qualche foto esposta in un museo e qualche nostalgico che ancora scuote la testa al ritmo di Rock the Casbah.

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