Patto per la lettura: è davvero un bella notizia?

Il 23 maggio scorso è avvenuta a Roma la firma di un documento atteso da anni, la cui notizia, in breve tempo, è stata diffusa da tutti i principali mass media italiani: stiamo parlando di un trattato di non belligeranza tra due potenti mezzi culturali da sempre in conflitto tra loro: letteratura e televisione. Ai due capi del tavolo delle trattative si sono confrontati il ministro della cultura Dario Franceschini e alcuni fra direttori, amministratori delegati e addetti ai lavori delle maggiori emittenti televisive italiane: il testo di questo documento, noto come Patto per la lettura (consultabile a questo link) è ora oggetto di un acceso dibattito.

La premessa ricorda l’importanza dei libri e della lettura in molteplici ambiti della società odierna e nello sviluppo di uno Stato, ruolo non a caso riconosciuto come di primo piano in più di un articolo della Costituzione italiana; successivamente viene rimarcato l’assoluto primato, gradualmente ottenuto a partire dalla sua comparsa negli anni ’50 del secolo scorso, della televisione come strumento di diffusione culturale: è citato a questo proposito un dato, di cui purtroppo non è chiarita la fonte, secondo cui «in Italia il 95% della popolazione dichiara di guardare programmi in tv», percentuale che sembra paradossalmente compensare i dati del rapporto Istat del 13 gennaio scorso sulla lettura in Italia nel 2015, secondo cui risulta che il 58% degli italiani non ha letto neanche un libro (per motivi non strettamente scolastici o professionali) nell’anno precedente all’intervista.

È fatto chiaramente notare, tra le righe del documento, che il target di questo intervento ministeriale non sono i cosiddetti lettori «forti» (che in un anno hanno letto più di tre libri), bensì quelli «deboli» (che in Italia sono meno di uno su due) e ancor più i non lettori: per avvicinare questi ultimi alla lettura i firmatari si propongono, tra le altre cose, di «presentare il libro come un oggetto della quotidianità, attraverso la sua presenza all’interno di prodotti televisivi anche di largo consumo» e di «creare occasioni di promozione della lettura e dei libri all’interno di ogni genere di programma e non esclusivamente nei contenitori culturali»; propositi che sembrano segnare davvero una svolta nelle reti televisive, dal momento che, per esempio, circa un mese fa il neo direttore di Rai Uno Andrea Fabiano ha annunciato la decisione di cancellare dal settembre prossimo uno dei pochissimi spazi interamente dedicati alla cultura, Il caffè di Raiuno, che peraltro pareva raggiungere con una certa regolarità un buono share, spesso anche al di sopra del 10%. Ci sarebbe da piangere, tuttavia ci si trattiene, se si pensa che questo potrebbe non essere il problema più grave.

Dopotutto, infatti, se ci si sofferma sugli organici delle maggiori emittenti televisive, si contano sulle dita di una mano i conduttori che non siano loro stessi autori di uno o più libri, di maggiore o minore fattura e caratura: ammesso ch’essi accettino di dare spazio a «occasioni di promozione della lettura» nei propri programmi, chissà quali fondamentali volumi avranno la precedenza… senza contare la concomitante proliferazione incontrollata dei cosiddetti «libroidi», termine coniato da Gian Arturo Ferrari, presidente del Centro per il Libro e la Lettura (peraltro citato dal Patto come promotore di progetti con i medesimi scopi perseguiti dal documento): si tratta di «quegli oggetti che dei libri hanno tutte le fattezze, sia fisiche, sia commerciali, sia propriamente libriche», il problema è che «dei libri non hanno l’anima. O, più umilmente, non hanno il capo e la coda, l’invenzione di una storia, il bene di un concetto, un autore vero». Alla luce di un mercato editoriale in cui impazzano i «libri» pubblicati dallo youtuber di turno, il rischio che a essere pubblicizzati in televisione siano siffatti libroidi è fin troppo elevato: ebbene, ci troviamo di fronte all’ennesima iniziativa del Governo che da buono proposito si è concretizzata, ma che trascina con sé lo spettro di una realtà che lascia troppi punti di domanda in sospeso e rischia di non soddisfare né l’una né l’altra delle parti in causa.

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