Festival di Cannes 2016, per un cinema d’incontro

Il 22 maggio scorso si è conclusa dopo undici giorni la 69ᵃ edizione del Festival di Cannes, la manifestazione del cinema d’autore per eccellenza che da sempre riunisce artisti di ogni nazionalità ed opere di ogni tipo. Anche quest’anno si passa dall’apertura con Cafè Society di Woody Allen, commedia sulla spumeggiante Hollywood anni ’30, al thriller sudcoreano Goksung (The Wailing) per i film fuori concorso. Tra questi, anche la action comedy The Nice Guys, con Russel Crowe e Ryan Gosling in panni decisamente insoliti, e GGG – Il grande gigante gentile di Steven Spielberg dagli incredibili effetti speciali. Insomma il festival francese offre di tutto.

Il clima del festival è dunque segnato, in particolare quest’anno, da un’apertura verso nuovi orizzonti, verso scenari  poco (se non mai) rappresentati. La prova di ciò si può trovare nei premi agli attori: vince sorprendentemente il Prix d’interprétation féminine Jaclyn Jose per il film filippino Ma’ Rosa, battendo una ben più nota Isabelle Huppert; mentre ad aggiudicarsi il Prix d’interprétation masculine è l’iraniano Shahab Hosseini per Forushande (The Salesman), pellicola che racconta la nascita di una storia d’amore durante la rappresentazione di Morte di un commesso viaggiatore nel pericoloso contesto di Teheran, e che vince anche il titolo per migliore sceneggiatura.

Tuttavia, se queste opere aprono gli occhi su realtà spesso trascurate in ambito cinematografico, la vittoria della Palma d’Oro -il premio più prestigioso- di Ken Loach per I, Daniel Blake è stata vista da alcuni come una mancanza d’innovazione e un ritorno su binari ben stabiliti e, forse, ormai troppo conosciuti: la vicenda narrata è infatti l’ennesima storia di rivalsa di un uomo della working class britannica che combatte il sistema ed aiuta una giovane donna madre. Di certo, il talento di Loach è innegabile, tanto che si tratta del suo secondo riconoscimento a Cannes dopo Il vento che accarezza l’erba, ma non si distingue per originalità e sperimentazione.
Il discorso opposto vale per Xavier Dolan, l’enfant prodige che ottiene il Grand Prix Speciale della Giuria per la seconda volta consecutiva dopo il capolavoro Mommy. Il film Juste la fin du monde (It’s only the end of the world) oltre che presentare la particolare sensibilità che caratterizza il giovane regista canadese, conta anche un cast eccezionale: Gaspard Ulliel, Marion Cotillard, Vincent Cassel e Lèa Seydoux che tuttavia non si sono aggiudicati alcun premio.
La medesima particolarità si può riscontrare nello sguardo  del romeno -già Palma d’Oro nel 2007- Cristian Mungiu in Bacalaureat (Graduation), nominato miglior regista ad ex aequo, insieme al francese Olivier Assayas e al suo ibrido tra dramma e ghost story Personal Shopper.

A portare a casa il Premio della Giuria, corrispondente al terzo posto del podio, è una donna, la britannica Andrea Arnold per American Honey, capace di trasformare quella che potrebbe apparire come la classica storia di ribellione giovanile in stile On the road in un racconto di bellezza e speranza che unisce il taglio documentaristico, dato dalla camera a spalla, alla ricerca estetica, data dall’incredibile fotografia. Forse, un film leggermente sottovalutato. 

Totalmente inosservata è stata la produzione italiana, priva di qualsiasi riconoscimento. Né Pericle il Nero con protagonista Scamarcio (che avrebbe avuto anche l’aggancio giusto in giuria) nella sezione Un Certain Regard, né Fiore di Giovannesi e nemmeno la tanto applaudita Pazza gioia di Virzì nella Quinzaine des Réalisateurs hanno ottenuto premi.
Ma ciò che colpisce maggiormente di questa edizione di Cannes è la mancata vittoria di alcuni dei nomi più grandi che figuravano tra la selezione. Fuori dai Palmerès rimangono infatti i celeberrimi Sean Penn, Pedro Almodóvar, Jeff Nichols che aveva vinto nel 2011  e Paul Verhoeven, regista di Basic Instinct e di altri grandi film.

A scegliere le sorti di questi artisti è stata la Giuria presieduta da George Miller, regista di Mad Max: Fury Road, che faceva supporre una Palma d’Oro meno convenzionale. Inoltre, hanno giudicato i francesi Arnaud Desplechin e Vanessa Paradis, l’ungherese László Nemes (Oscar al Miglior film straniero 2016), l’attore danese Mads Mikkelsen, Katayoon Shahabi produttore iraniano, l’italiana Valeria Golino e i più noti Donald Southerland e Kristen Dunst. 

Rispetto alle passate edizioni, dunque, questo 69° Festival di Cannes promuove un cinema d’incontro, emancipandosi non soltanto dall’egemonia francese -che talvolta si manifestava soprattutto in campo attoriale- ma anche dalla grande industria statunitense. Con numerose meritevoli pellicole, il concorso cinematografico apre gli occhi su realtà diverse, dal piccolo mondo interiore e personale dei singoli personaggi, alla grande vicenda umana di storie, paesaggi, processi, fenomeni e lotte. Cannes propone un cinema senza vincoli, se non quello di colpire gli spettatori facendo vibrare le corde della loro anima.
E se il sopracitato film-evento di Miller che ha sbaragliato agli Oscar faceva la sua apparizione proprio come fuori concorso nella manifestazione francese, non possiamo che stare in attesa e chiederci quale di queste opere sarà il prossimo capolavoro.

Immagine d’apertura: © FDC / Philippe Savoir (Filifox)

 

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