IdaHoBiT: voci di vite spezzate dall’omofobia

Ventisei anni fa l’Organizzazione Mondiale della Sanità ufficializzava la depatologizzazione dell’omosessualità: in parole povere, attuava la rimozione dalla lista delle malattie mentali del suddetto orientamento sessuale, a cui si riferisce con la definizione, passata alla storia, di «variante naturale del comportamento umano». Tale avvenimento viene celebrato annualmente il 17 maggio: dall’anno scorso la ricorrenza porta il nome di «IdaHoBiT» (acronimo per International Day against Homophobia, Biphobia and Transphobia) e si prefigge obiettivi quali sensibilizzazione e prevenzione, al fine di contrastare queste forme d’odio nei confronti della comunità LGBTQI.

Paura, odio, avversione, repulsione per un orientamento sessuale in cui non ci si riconosce o, ancora peggio, che non si accetta a priori: una risoluzione del Parlamento Europeo datata 2006 la equipara ad idee quali il razzismo e il sessismo, ma se quest’ultime sono unanimamente riconosciute sia da chi le subisce sia da chi le fa proprie, ciò non si può affatto dire delle sopracitate discriminazioni, che molti comitati e associazioni si propongono di combattere organizzando in questa Giornata Internazionale eventi e manifestazioni in tutto il mondo, chiaramente differenti a seconda delle esigenze dei vari Paesi, ma che non pochi si ostinano a ripudiare, smentire, negare.

Purtroppo, atti d’odio non mancano neanche in Italia. Anzi, ci sono stati fin troppi avvenimenti, nel nostro Paese, collegati all’omofobia.
Al 1960 risale il cosiddetto «scandalo dei balletti verdi»: una cascina del bresciano, denominata Villa di Castel Mella, diventa il centro di un’inchiesta per convegni a sfondo sessuale con minorenni, un vero e proprio «circuito del vizio», come i media del tempo lo definiscono. Era infatti la prima volta che l’Italia si trovava ad affrontare la realtà sommersa degli omosessuali. Nonostante la blanda sentenza (dei duecento inquisiti, quindici furono imputati ed assolti per amnistia mentre uno solo fu condannato), la vicenda produsse un processo mediatico veicolante l’idea di una congiura gay volta a corrompere la gioventù italiana. Ovviamente, la realtà era ben diversa: le feste nella rustica abitazione erano l’unico modo per molti uomini per poter socializzare senza ricorrere a spazi di clandestinità e, certo, qualche proposta di rapporti a pagamento c’era, ma i ragazzi minorenni in realtà avevano dai 18 ai 21 anni e non erano obbligati a svolgere alcuna prestazione, senza contare che la legge Merlin fu «riadattata» appositamente dai giudici.  

Le conseguenze per gli implicati, invece, furono tragiche in quanto molti di loro, benché innocenti, persero il lavoro o furono costretti alla fuga o, addirittura, ricorsero al suicidio. Ma questa storia non è stata raccontata dai giornali.

Esattamente vent’anni più tardi, un altro fatto di cronaca si collega all’omofobia. Si tratta del delitto di Giarre, che vide coinvolti «i fidanzati» Antonio (Toni) Galatola e Giorgio Agatino Giammona -quest’ultimo dichiaratamente gay- trovati senza vita, mano nella mano, con un colpo di pistola alla testa. L’omertà del paese siciliano, di fronte al vergognoso stigma dell’omosessualità, fu evidente: al funerale di Giorgio, infatti, non si presentò nessuno. La verità sul crimine non è ancora stata trovata, sebbene il colpevole sia stato identificato nel dodicenne Francesco Messina, nipote di Toni; le sue dichiarazioni, tuttavia, furono contraddittorie: dapprima disse di essere stato obbligato proprio dai due giovani amanti ad ucciderli, poi affermò, su pressione della polizia, di aver agito per sua iniziativa. Dunque, nulla è certo se non il fatto che l’omofobia abbia fatto ulteriori vittime.

E se questi sembrano eventi lontani nel tempo, ben diversa è la vicenda del 2009. Sette anni fa a Roma, in via San Giovanni in Laterano (denominata «Gay street» per la presenza di locali LGBT friendly), due bombe carta furono lanciate contro un bar frequentato da lesbiche, ferendo una persona. Le conseguenze fortunatamente non sono state gravi, ma grave è il fatto che ancora oggi, nel secondo millennio, ci siano persone vittime di omofobia.

Ed oltre ai meri casi di cronaca, al di là di polemiche, più o meno produttive, in ogni caso inevitabili, vista la portata delle implicazioni etiche e sociali che conseguono da questo tipo di discriminazioni, un dato in particolare si aggiunge e spicca per gravità, drammaticità ed anche, al di là dell’immensa mole di ricerche portate avanti in questi campi, attendibilità scientifica, ovvero il contributo (ormai datato ma purtroppo sempre attuale) dell’équipe del professor Gary Remafredi dell’Università del Minnesota. Lo studio ha l’eloquente titolo di The relationship between suicide risk and sexual orientation e, in buona sostanza,  stabilisce una correlazione tra istinti suicidi e omosessualità,  sia perché non accettata da chi si «scopre» di un orientamento diverso da quello eterosessuale, sia perché non accettata «dall’esterno», nell’ambiente sociale e culturale in cui tali persone vivono.
E vengono subito in mente alcune storie, le poche che per un motivo o per un altro hanno ottenuto una certa risonanza mediatica, più o meno recenti; storie di vite spezzate ancora prima che fiorissero, per colpa dell’ignoranza e dell’odio altrui: in Italia c’è stato Andrea, 15 anni, noto nella sua scuola come «il ragazzo dai vestiti rosa»; si è impiccato una sera di novembre, a causa di insulti e violenze per una sua presunta omosessualità. Anche Samuelle, transgender con alle spalle esperienze nel mondo dello spettacolo e qualche apparizione politica: si è tolta la vita nel giorno del suo quarantunesimo compleanno, gesto estremo di protesta sociale.
Quindi Leelah, 17 anni, transgender statunitense rifiutata dalla sua stessa famiglia. Prima di buttarsi sotto ad una macchina in corsa, ha lasciato al mondo poche righe sul suo profilo Tumblr: «A 14 anni ho saputo cosa volesse dire essere transgender e piansi dalla felicità. Dopo 10 anni di confusione capii finalmente chi fossi. Ne parlai subito con mia madre, ma lei reagì molto male, dicendomi che era una fase, che non sarei mai stata una ragazza, che Dio non fa errori, che mi sbagliavo. Se state leggendo queste righe, voi genitori, per favore non parlate in questo modo ai vostri figli. Anche se siete cristiani o siete contro le persone transgender, non dite mai queste cose a qualcuno, soprattutto ai vostri ragazzi. Questo non farà altro che spingerli ad odiare sé stessi. È esattamente quello che è successo a me».

E questi sono solo esempi. Secondo il report annuale stilato da Arcigay, dal 2015 i casi di omotransfobia riportati dai media sono stati 104: si tratta ovviamente solo della punta dell’iceberg, perché mancano all’appello tutti quegli episodi non registrati da giornali, siti internet, ecc. «Di omofobia e transfobia in Italia si muore ancora – dice all’Ansa il segretario di Arcigay, Gabriele Piazzoni – lo testimoniano i due omicidi e i due suicidi che compaiono nel rapporto, assieme a tutti gli altri sommersi, invisibili. Non solo: le persone LGBT sono socialmente fragili, esposte a pericoli peculiari della loro condizione. Le persone omosessuali e transessuali sono bersagli privilegiati di rapine, pestaggi, stupri. Inoltre, gay e lesbiche quando non visibili diventano bersagli di ricatti ed estorsioni. E, come le persone trans, sono di frequente fatte oggetto di derisione, di insulti, di limitazioni alle libertà personali, di discriminazioni, di bullismo a scuola, di mobbing sul lavoro».
Bisogna ricordare, poi, che in Italia tutti i comportamenti discriminatori sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere non sono considerati un reato. «In tutti i luoghi istituzionali va aperta una discussione seria e concreta sulle azioni che è necessario mettere in campo. Questo è l’auspicio che rinnoviamo in occasione della Giornata Internazionale e che consegniamo alle istituzioni assieme al pensiero per tutte le vittime. Anche per loro dobbiamo trasformare l’Italia in un Paese migliore» conclude Piazzoni.

Davanti a tutte queste morti, a questa violenza e a queste discriminazioni, non si può fornire una soluzione al problema, se non quella di essere più umani, considerare le persone come persone, senza altre distinzioni, e dare valore alla vita. Oggi Incipit commemora le vittime dell’omobitransfobia.

L’immagine in evidenza è sempre di Arcigay. 

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